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CINEFORUM a Monte San Vito

PROIEZIONE del FILM LE INVASIONI BARBARICHE di Denis Arcand

Mercoledì 16 Maggio ore 21,15 c/o Centro Turistico Carlo Urbani Monte San Vito (AN)

IL DECLINO DEL SISTEMA AMERICANO: UN TEMA SEMPRE ATTUALE

LEGGI LA TRAMA DEL FILM E L’APPROFONDIMENTO DI WIKIPEDIA

LEGGI LA RECENSIONE DI TERESA LAVAGNA SU FILM UP

GUARDA IL VIDEO UFFICIALE DEL FILM

 

PROIEZIONE del FILM TRE SE’ SHALOSH di Elisabetta Minen

Mercoledì 23 Maggio ore 21,15 c/o Centro Turistico Carlo Urbani Monte San Vito (AN)

Giovedì 24 Maggio ore 21,15 c/o Casa delle Culture via Colocci, 8 Jesi (AN)

Alle serate interverrà la Regista Elisabetta Minen

LEGGI IL COMUNICATO STAMPA

GUARDA IL TRAILER

la trama

L’integrazione culturale, razziale e religiosa in una regione da sempre teatro di invasioni e crocevia di etnie e geografie diverse. Accade ora…Tre:
1) Mehdi, 23 anni, iraniano, musulmano
2) Pavel, 32 anni, ucraino, ebreo
3) Irene, 25 anni, carnica, cristianaIn una regione delimitata da tre confini (Italia, Austria e Slovenia), tre “stranieri” a Udine.
Mehdi è un venditore di rose. Cammina tra i tavoli, si rivolge ai clienti. Nessuno compra. Mehdi non è solerte: osserva, si guarda intorno, poi esce. In un altro locale si lascia coinvolgere da alcuni avventori che gli offrono da bere. Non rifiuta… Pavel fa il garzone in una macelleria. Introverso e poco comunicativo, ha immaginazione e perspicacia intuitiva. Un giorno incontra Irene. La ragazza è sensibile alla solitudine del ragazzo e tra i due nasce più di una amicizia…
Attorno a loro si tratteggia una vicenda “rosa” che sembra trainare l’intera trama del film…Udine è protagonista.
Una città che svela le proprie contraddizioni: chiusa nel guscio, difende ma intrappola, fa incontrare ma allontana, si apre all’altro ma si serra nella solitudine, una solitudine vissuta come àncora di salvezza, ma che in realtà affonda e affoga.
Una città inedita, osservata dall’immigrato, da un quartiere, quello di via Roma, che si chiude quasi in un ghetto.
Tre vite si intrecciano. Individualità diverse.La geometria degli incontri: punti, diagonali e lati misurano le individualità, i rapporti, le relazioni. Ad una ad una scorrono veloci le azioni, le reazioni, le relazioni.
Tra sincronicità e asincronicità, la quotidianità di tre ragazzi, colti in attimi apparentemente casuali e mescolata a quella degli altri personaggi…
Tre storie come tante.
L’interazione di vicende diverse, le azioni e il naturale fluire degli eventi, tra condizionamento, pre-determinazione, casualità, ripetitività e indifferenza.
La storia si apre a dimensioni altre, reali, surreali…

Un film sull’integrazione, culturale, razziale e religiosa in una regione di confine, da sempre teatro di guerre e di invasioni di popoli.
La convivenza. L’accoglienza?
E’ indubbio… la convivenza con lo straniero produce cambiamenti al costume, alla cultura, alla quotidianità, all’amore…

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Primo Levi, cadere e rialzarsi è la lezione di Auschwitz

Primo Levi, cadere e rialzarsi è la lezione
di Auschwitz

A 25 anni dalla scomparsa, libri e convegni ripropongono nuove interpretazioni sullo scrittore dei lager

A venticinque anni dalla morte, due convegni internazionali (uno si è svolto a Roma, il secondo inizia domani a Parigi) e due libri recenti ci restituiscono un ritratto di Primo Levi che per molti lettori italiani risulterà sorprendente.

Philippe Mesnard, professore di letteratura comparata (con il suo Primo Levi, le passage d’un témoin, Fayard) rilegge Levi cercando di mettere in tensione la scrittura e la vita, per indagarne i punti di rottura, sottolinearne i momenti di contatto o di frizione, fino a tracciare quel ponte che spesso ha trasformato lo scrivere e il testimoniare di Levi in una modalità che gli ha consentito di vivere, accogliendo dentro di sé l’umanità dopo Auschwitz. La sua forza era proprio questa: essere uomo tra gli uomini ad ogni costo, anche quando l’essere uomo (come gli accadde nel lager, o nelle poche settimane vissute in montagna tra i partigiani) doveva sembrargli impresa quasi impossibile. Fino al punto estremo di rottura, sottolinea Mesnard: la caduta. L’uomo che ha sofferto l’esperienza del lager racchiude in sé, inscritto nel suo corpo e nello spirito, la traccia del degrado, di cui abitualmente facciamo esperienza solo (e non sempre) a tarda età, avvicinandoci alla morte.Il sopravvissuto, continua Mesnard, non ha soltanto attraversato un mondo di morti viventi da cui è uscito, forse per sola fortuna, ma ha potuto fare, in modo insolito, l’esperienza della fine fisica dell’essere umano, del degrado del suo corpo, insieme dell’invecchiamento e della regressione. Ha visto la fine davanti a sé prima che il tempo lo accompagnasse gradualmente alla caduta. E, al di là e al di sopra d’ogni progetto di vita, come un «musulmano» redento (musulmani erano gli uomini e le donne del lager, vivi ma senza più vita), incapace di reagire, ha scelto.

La caduta, appunto. Il vuoto che lo ha rincorso dal momento del suo arresto ad Aosta, del suo trasporto a Fossoli, del suo lungo viaggio verso Auschwitz, del ritorno a Torino e dei suoi tanti viaggi da scrittore (l’ultimo importante negli Stati Uniti).

La caduta: un togliersi dal mondo, che non è contro la vita e il mondo ma che sembra piuttosto un cedere al vuoto, come tante volte aveva fatto ad Auschwitz, reagendo ogni volta; uno scendere in basso, per poi risalire ancora e vivere da uomo la tragedia di essere uomo dopo Auschwitz.

Questo «distaccarsi dalla negatività» che imprime alla scrittura di Levi i lineamenti di una «salvazione», collocando la sua prima opera narrativa e testimoniale «verso l’estremo di segno positivo, pur sapendo che nel migliore dei casi riuscirà soltanto a sfiorarlo», è punto di partenza anche del lungo e ricco commento che Alberto Cavaglion ci propone alla nuova edizione, a cura del Centro Internazionale di studi Primo Levi, di Se questo è un uomo (Einaudi, pp. XVI-264, € 20). Tra l’altro, la ricerca ventennale di Cavaglion ci mostra come sia insostenibile la leggenda della «spontaneità» che avrebbe guidato Levi nella stesura del suo primo libro. E scavando «dentro la ricca miniera letteraria dalla quale provengono molte parole» ed espressioni del racconto leviano; riscoprendo la fitta trama delle citazioni implicite ed esplicite e degli autori che il giovane chimico, di ritorno dal lager, nasconde nel suo scrivere, ritroviamo un testo dove la scoperta delle profondità dell’animo umano passa anche attraverso la mediazione dei classici e della grande letteratura.Come se per dire la vergogna e l’orgoglio di essere uomo dopo Auschwitz, come se per raccontare la «zona grigia» in cui vivono i sommersi e i salvati, si dovesse per forza ricorrere al pensiero più alto, al gesto di riscossa che passa dalla civiltà dell’Occidente. Una sorta di riscatto di quella stessa civiltà dalla quale avevano pur trovato origine i centri di sterminio e i lager. Che uomini come lui, scrive Todorov, abbiano abitato questa terra, che abbiano saputo resistere alla contaminazione del male, «ecco ciò che diventa a sua volta una fonte di incoraggiamento per gli altri».

Frediano Sessi

www.corriere.it

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Tabucchi, il narratore dell’animo diviso

di Renato Minore

ROMA – Antonio Tabucchi ci ha lasciato. Da tempo malato si è spento ieri mattina a 68 anni, all’hospital da Cruz Vermelha nella sua Lisbona (dove giovedì si svolgeranno i funerali), la sua seconda patria, la casa dei suoi cari, la casa dei suoi poeti più amati. Aveva esordito poco più che trentenne come narratore dopo molti anni passati a tradurre e scrivere saggi. L’antologia del 1971, La parola interdetta, la prima sulla poesia surrealista portoghese, è assai importante per la genesi dello scrittore, con la piena assimilazione dello spazio onirico, dei riflessi dell’inconscio. E tra gli antenati, ecco Fernando Pessoa, destinato a diventare un costante oggetto di desiderio del critico e saggista. Una presenza disseminata anche nell’opera narrativa fino a Requiem (1992), scritto direttamente in portoghese in cui egli raffigura un malizioso congedo dal suo nume tutelare dopo aver tanto penato per affidare il suo transito nella storia letteraria all’intelligenza di scritti fondamentali per la sua comprensione, a cominciare dalla traduzione delle sue opere, Una sola moltitudine.

Dunque, il suo esordio scandito da tre libri che definiscono la fisionomia di un narratore tra i più originali, il più europeo, della narrativa italiana dopo il ’68. In primo luogo Piazza d’Italia, una sorta di sagra familiare, quasi novanta anni di vita in un piccolo borgo toscano (Tabucchi era nato a Pisa), un’antistoria dalla parte dei perdenti sul modello di Cent’anni di solitudine. C’è già prefigurato il Tabucchi futuro (il doppio, il tempo, gli equivoci…) nell’impasto realistico – inventivo in grado di risolvere in avventura della fantasia il filo rosso della storia. Poi Il piccolo naviglio, nel 1978, ripete la struttura di romanzo-saga che, alla dimensione epico-corale, sostituisce la forma della ricostruzione biografico-famigliare, con la contrapposizione tra la Storia e la storia, un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Il tutto in forma circolare che richiama la letteratura orale, con un inizio che è anche inevitabile punto d’arrivo, nella tensione del racconto come macchina incatenata di eventi, allegoria del narrare stesso. Infine i racconti finissimi de Il gioco del rovescio (1981) dove, all’ombra ormai diffusa di Pessoa, affiora il tema del rovescio come costante indagine entro il risvolto segreto e insospettato dell’esistenza. Per la prima volta prende corpo il ricordo di una Lisbona reale e fantastica attraverso la sua immagine capace di rivelare, nei suoi segni, le connessioni che trasformano i dati di un’esistenza in destino, degradato o derisorio, e tuttavia reso riconoscibile.

Su questa linea, nasce un altro gioiello, I piccoli equivoci senza importanza (1985), disseminati su una tastiera orientata verso una poetica del sogno e della penombra, ma con il filo rosso di una profonda inquietudine sul senso dell’incompiuto e dell’inafferrabilità della vita. Come in Capodanno (uscito nella successiva raccolta L’angelo nero) dove lo scrittore torna alla memoria infantile per consegnare al lettore il segno dell’angelo nero del male nascosto nelle pieghe dell’esistenza. Dall’altra parte nasce il Notturno indiano (1984), presto diventato di piccolo culto, il primo libro di viaggio di Tabucchi, probabilmente (secondo Segre) lo scrittore italiano più cosmopolita. Egli parla dei viaggi che lui stesso ha trasformato in scrittura, offrendone una trama di parziali descrizioni che non possono essere isolate dalle storie, sono come cancellate. Così i viaggi che propone e che corrispondono a quelli già raccontati come storie, sono il loro «residuo diurno».

Nel 1994 Sostiene Pereira dà a Tabucchi il successo nazionale e internazionale, grazie anche al film molto fedele di Roberto Faenza, con Marcello Mastroianni. Il clima di inquietudine delle precedenti prove viene sovrapposto a una dimensione di forte impronta etico-politica, con un protagonista, l’ex giornalista Pereira, testimone solitario del montante fascismo europeo. La sua collaborazione a un mediocre giornale del pomeriggio come necrologista lo porta a una lenta presa di coscienza e a una maturazione politica inattesa. Al successo di Sostiene Pereira, per Tabucchi, seguono altri romanzi, libri di viaggio, pamphlet sulla politica italiana. Vorrei solo ricordare quello che probabilmente resta il suo vero capolavoro, le nove storie brevi e brevissime de Il tempo invecchia in fretta. Reveries, reminiscenze di eventi storici, monologhi interiori con la voce del narratore che si avvolge su se stessa in soste, intoppi, spezzature. E insegue destini monchi e incompiuti, continuamente oscurati, rattoppati, fuori centro. Buchi nella rete del labirinto che la scrittura infilza come fessura, supposizione, indizi che vanificano ogni pretesa di «sapere completo». Frammenti bruciati su una strada percorsa nel tempo e coperta dalle rovine di tutto ciò che cominciava a essere o di tutto ciò che si poteva immaginare di essere.

www.ilmessaggero.it

 

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Pablo Neruda, d’amore e di politica

La dittatura di Pinochet vedeva in lui un nemico
Le sue parole sono più forti di qualsiasi ambiguità

Pablo Neruda non è mai stato dimenticato, anche negli anni più duri della dittatura di Pinochet. Al suo funerale, mentre ancora carceri e stadi traboccavano di detenuti, sfilarono tremila coraggiosi. A distanza di quasi quarant’anni il Partito comunista cileno ha chiesto la riesumazione del suo corpo per accertare con l’autopsia se a ucciderlo fu il cancro alla prostata con cui conviveva da qualche tempo o un’iniezione di veleno. Una richiesta che comunque non può aggiungere molto a quello che si sa: il Messico aveva inviato un aereo per portare in salvo il poeta, e proprio il giorno prima della partenza era avvenuto l’improvviso e imprevisto aggravamento che lo aveva stroncato in poche ore.

La giunta militare guidata da Pinochet (che oggi in Cile secondo il ministro dell’Educazione di Piñera non si dovrebbe più chiamare «dittatura») continuava a braccare i militanti della sinistra anche all’estero, uccidendoli a volte senza processo, e ha continuato a farlo per anni. Per Augusto Pinochet, Pablo Neruda era certamente un problema non facile. Il poeta era ammirato all’estero (nel 1971 aveva ottenuto il Premio Nobel per la letteratura), ma era soprattutto popolarissimo in patria, per i suoi versi e anche per i resoconti degli avventurosi viaggi giovanili, da Rangoon a Singapore a Batavia (Giacarta). In Estremo Oriente aveva cominciato prestissimo la sua carriera diplomatica, che si era poi spostata in Europa. Con brevi interruzioni dovute a governi ultraconservatori, era durata fino a poco prima della morte.

Pablo Neruda (che in realtà si chiamava Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, e aveva scelto quello pseudonimo per le sue pubblicazioni già nel 1920, quando aveva solo sedici anni), aveva partecipato attivamente a molte campagne elettorali, ed era stato più volte eletto senatore. Nel 1938, dopo la vittoria del primo governo di Fronte popolare guidato da don Pedro Aguirre, era stato nominato console a Parigi con l’incarico di mettere in salvo il maggior numero di repubblicani spagnoli. Nel 1948 era stato destituito da senatore dal regime conservatore di Gabriel González Videla che aveva messo fuori legge il Partito comunista: Neruda era stato braccato per un anno e, prima che riuscisse la sua fuga in Argentina, in tutto il mondo era stato creduto morto. D’altra parte in molti Paesi, compresa l’Italia, aveva subito spesso molestie e vessazioni poliziesche. Nel 1970, quando fu eletto presidente Salvador Allende, era stato nominato ambasciatore nella sua amata Francia, e aveva così mantenuto intatta la sua popolarità, evitando di prendere posizione nella turbolenta vita interna della coalizione di Unidad Popular.

Logico quindi che già il giorno della sua morte si fossero diffusi sospetti su una possibile causa dolosa, accresciuti dalla barbara distruzione della sua casa e dal saccheggio dei cimeli raccolti in una vita di viaggi. L’autopsia, richiesta recentemente sull’onda di quella ottenuta per Salvador Allende (che ha confermato che si uccise per non cadere nelle mani dei militari), non è ancora conclusa, ma cambierà poco: non c’è dubbio che in Neruda la giunta militare vedesse non il poeta, ma un uomo che poteva diventare dal Messico un punto di riferimento credibile per la resistenza. In ogni caso era un simbolo di tutto quello che il golpe voleva distruggere.

La popolarità di Pablo Neruda era indiscussa, ma la sua figura non era priva di contraddizioni. Le convinzioni politiche di Neruda hanno risentito fortemente del clima in cui si erano formate. Nella sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, (edizione italiana SugarCo, 1979), dice che «anche se la tessera l’ho ricevuta molto più tardi in Cile, quando entrai ufficialmente nel partito, credo di essermi definito di fronte a me stesso come comunista durante la guerra di Spagna».

La guerra di Spagna lo aveva sorpreso a Madrid, dove era arrivato in qualità di console, dopo esserlo stato anche a Barcellona. Subito dopo il Levantamiento di Franco, Neruda fu privato dell’incarico di console dal presidente Arturo Alessandri (un cognome che ritorna spesso nella storia del Cile). Anche come semplice cittadino, Neruda ebbe però subito un ruolo importante nella mobilitazione europea e delle Americhe in difesa del legittimo governo spagnolo. Ma mentre denunciava appassionatamente le atrocità franchiste, tanto più quando tra le vittime c’erano amici carissimi come Federico García Lorca o Miguel Hernández, la sua inesperienza politica lo portava a non vedere l’altro aspetto della guerra, la repressione di anarchici e trotskisti, veri o presunti, da parte degli uomini di Stalin.

Non era solo la sua ingenuità di neofita a determinare il rapporto ambiguo con lo stalinismo, ma la fedeltà cieca al Partito comunista cileno, che manterrà fino alla morte. Dice di aver avuto amici anarchici ma nelle sue memorie, finite pochi giorni prima della scomparsa, continua a ripetere le denigrazioni staliniane su di loro. E paradossalmente finisce per estendere le stesse accuse a tutta la tendenza guevarista in America Latina, sostenendo che mentre nel Partito comunista cileno, che era «di origine strettamente proletaria», erano difficili le infiltrazioni della Cia, le organizzazioni guerriglieriste «hanno spalancato le porte a ogni tipo di spia», inondando il continente di tesi che screditavano i vecchi gloriosi partiti. Salva soltanto la persona di Guevara, perché era stato colpito profondamente (tanto che ne parla più volte nelle sue memorie) dall’ammirazione per la sua poesia manifestata dal Che, che anche nell’ultima impresa boliviana si era portato nello zaino il suo Canto general . Neruda ha navigato senza problemi e senza dubbi nel mondo staliniano, al punto che di Stalin traccia (nel 1973!) un quadro abbastanza grottesco: il dittatore georgiano sarebbe stato un «uomo di principi e bonaccione, sobrio come un anacoreta, titanico difensore della rivoluzione russa». 

È poco noto invece un episodioche aveva molto turbato Neruda: nel 1966 un gruppo di intellettuali cubani, tra cui Roberto Fernández Retamar, raccolsero migliaia di firme anche in altri Paesi su un appello che denunciava il poeta cileno come complice dell’imperialismo per aver accettato un invito a tenere conferenze negli Stati Uniti. Senza tener conto che a New York Neruda parlava in difesa della rivoluzione cubana! Era un pretesto per attaccare indirettamente il suo partito, allora in polemica con quello cubano. Ma a Neruda non appare chiaro. Nelle sue memorie si consola dicendo che col tempo «ogni ombra è stata eliminata» e «tra i due partiti comunisti più importanti dell’America Latina esiste un’intesa chiara e un rapporto fraterno». Gli sfugge che l’intesa era stata resa possibile dalla svolta filosovietica di Cuba dopo la morte di Guevara. Insomma, un’ennesima conferma che a un poeta va chiesto solo di essere un buon poeta, senza pretendere che possa essere anche una guida politica.

 Antonio Moscato

www.corriere.it

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Lorenza Ghinelli, La colpa

I segreti di due adolescenti
per dare un senso al dolore

Arriva in libreria “La colpa”, il nuovo romanzo di Lorenza Ghinelli il cui libro precedente “Il divoratore” è stato un caso editoriale e presto diventerà un film. “Quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino”

di SILVANA MAZZOCCHI

Scrivere affidandosi al proprio sentire,  senza seguire razionalità o schemi precostituiti. Lorenza Ghinelli  racconta i suoi personaggi, bambini o adolescenti, sempre inquieti, problematici, segnati precocemente dalla sofferenza, ma irriducibili esploratori di se stessi e della vita. Il suo libro precedente, Il divoratore, è stato un caso editoriale e presto diventerà un film. E quel linguaggio fotografico che aveva contribuito al suo primo successo, è la voce di La colpa, il nuovo romanzo appena approdato in libreria.

Estefan e Martino sono due amici ormai ragazzi, legati fin dall’infanzia dalla stessa miseria famigliare che li ha fatti crescere in solitudine, coperti da un’indifferenza mascherata di ordine e “normalità”. Ambedue  portano dentro un grande dolore, una ferita che li ha segnati tanto tempo prima e che loro hanno imparato a soffocare con la  violenza e la ribellione. E cercano di andare avanti e di vivere comunque, nonostante gli incubi, i ricordi tenuti dietro la nebbia dell’incertezza, per difendersi da responsabilità presunte, distorte, ingigantite. Ma il passato, si sa, non può essere mai sepolto del tutto; rischia sempre di tornare, senza avvertire, magari percorrendo strade tortuose. E, quando questo avviene, il silenzio s’incrina, o si rompe. La molla della violenza è come una porta che si apre, che esplode  e i due amici riusciranno finalmente  a parlare dei loro segreti e, se non a liberarsene, almeno a buttarli fuori da sé.

Intanto Estefan incontra Greta, una bambina senza genitori, che vive in campagna con il nonno, in una zona intrisa di cascami industriali. E accade, ancora, che casualità e violenza incrocino due esistenze.

In La Colpa, i protagonisti hanno una disponibilità a non risparmiarsi, a non smettere di cercare e di sperimentare, a reagire aggrappandosi a quel che di vero offre la vita fuori dagli schemi convenzionali e dal rapporto scontato causa-effetto, che tinge di possibilità l’epilogo aperto della storia. Dice Ghinelli “Io racconto strade non battute e quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino”.

Dopo il successo di Il Divoratore un altro libro con protagonisti ragazzini. Perché?
“Potrei dare spiegazioni razionali, nel qual caso direi che l’infanzia e l’adolescenza sono le età che prediligo e che ho studiato più a fondo, anche nel mio percorso studi per diventare educatrice sociale. Potrei dirle che è l’età che più mi colpisce perché è ancora priva di strumenti per reagire al disagio, ed è totalmente in balia di adulti che troppo stesso, pur essendo adulti, continuano ad esserne privi. E’ un’età in cui la fantasia supplisce a una serie di mancanze, mancanze affettive, di risposte, di progettualità possibili. E, davanti a traumi importanti, a meno che un bambino non sia resiliente, può irrimediabilmente perdersi. Ma preferisco rinunciare a spiegazioni razionali, perché quando scrivo non funzionano, limitano e basta. E si accompagnano a pregiudizi insidiosi. La realtà è che racconto quello che mi abita, le realtà che conosco in maniera diretta o fortemente tangente. So di potere raccontare l’infanzia e l’adolescenza, e allora lo faccio”.

I suoi personaggi soffrono, conoscono la parte buia della fantasia che produce gli incubi, ma anche l’aspetto peggiore della realtà. E’ questa l’infanzia che vuole raccontare?
“A me non interessa raccontare il buio e nemmeno il dolore. Il buio e il dolore riempiono quotidianamente le pagine di cronaca nera e non sono interessanti, deprimono e basta. Inoltre, l’esperienza della ferita e del trauma sono esperienze che prima o poi toccano la vita di tutti, e non è certo questo che ci affratella o che genera interesse, basta guardarsi intorno, l’indifferenza purtroppo sembra prevalere su tutto. Quello che invece io voglio raccontare, quello in cui credo, sono le possibili strade per dare un senso al dolore, e ci vuole un discreto carpiato della fantasia, perché credo che il dolore, come la vita, un senso non ce l’abbia. Almeno non senza il nostro sforzo. Reagire al dolore è sempre un atto creativo. Per questo motivo i miei protagonisti esplorano sempre strade non convenzionali, in cui la morale non esiste, non ha mai spazio, perché tutte le morali sono preconfenzionate, sono già scritte, non portano a niente di nuovo e certamente non portano a conoscere meglio se stessi. Io racconto strade non battute, quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino, di allungare le mani e prendere quello che la vita non ha dato”.

In La Colpa, i protagonisti si riscattano, nonostante tutto… E’ la sua scelta di scrittrice, o la sua visione della vita?
“Io non credo nel lieto fine, il vissero felici e contenti mi stranisce, non lo considero affidabile. Quello che invece mi interessa è che le storie non finiscano di schianto contro un muro, una parete chiusa, una strada a vicolo cieco. I miei romanzi si concludono con una porta aperta, io non lo se, oltre quella porta, c’è un abisso che divora o una nuova strada da percorrere verso nuove rotte esistenziali. So solo che quella porta aperta è tutto ciò che mi serve per farmi forza ogni mattina quando mi alzo. Non sappiamo cosa ci porterà la giornata, ma abbiamo bisogno di desiderio e passione per poterla vivere. Sono un’entusiasta, ma allo stesso tempo fortemente realista. E’ la mia visione della vita, e si rispecchia fedelmente in quello che scrivo”.

 
www.repubblica.it
 

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Gli 80 anni di Umberto Eco

“Da Manzoni a Topo Gigio le storie della mia vita”

Il 5 gennaio il professore compie 80 anni. E negli Stati Uniti gli dedicano un volume nella prestigiosa “biblioteca dei filosofi”. “Quando finii “Il nome della rosa” pensavo vendesse tremila copie. Il successo resta un grande mistero” di ANTONIO GNOLI

Incontro Umberto Eco in un bar di Roma: un paio di giornali sotto il braccio. Ha l’aria rilassata, nonostante le feste. È la vigilia di Natale. Mattina. Cielo grigio. Una mezza luce diafana piove dalla falda del cappello e irrora il viso largo. L’occhio, dietro le grandi lenti, è ironico. O così a me pare. Il baffo curato rimanda implacabilmente a un’assenza. A quella barba con la quale eravamo abituati a riconoscerlo.

E mentre lo osservo penso che l’immagine riflette la sua forza e il suo temperamento. Il che vuol dire  –  rubo la definizione a Goffredo Parise  –  non soltanto che possiede uno stile, ma che ha anche una facciata e un corpo e un particolare timbro della voce e un modo di parlare che naturalmente hanno lo stesso stile. Quello di Eco unisce precisione e fantasia. Quando parla affabula, diverte, provoca. Ma si ha anche la sensazione che ciò che dice poteva essere detto solo in quella maniera. Tra due giorni compirà ottant’anni: è nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932.

Nessuno allora poteva immaginare che da quella nascita avremmo avuto i multipli di Eco: saggista, scrittore, medievista, professore, bibliofilo, romanziere, massmediologo con l’hobby del flauto. Eco riflette un mondo variopinto, ricco di sorprese. E di fascino. Per ricordarcelo l’America produrrà un libro imponente e un po’ speciale nel quale i maggiori scrittori e intellettuali saranno chiamati a dire la loro sull’operato letterario e filosofico del nostro.

“È una cosa che mi fa tremare le vene dei polsi”, dice, e non capisci se è vero o se scherza. Poi aggiunge: “Il libro uscirà in una collana americana che esiste da una sessantina di anni, si chiama The Library of Living Philosophers, tutti volumi di più di mille pagine dedicati a Dewey, Russell, Carnap e poi via via fino a me. Però bisogna sbrigarsi perché se muori prima che l’opera sia finita non te lo fanno più. Certo, c’è l’eccezione di Rorty: il libro su di lui è uscito dopo che era già morto”.

E lei cosa dovrà fare per il libro?
“Scriverò una specie di autobiografia filosofica di un centinaio di pagine e la cosa, le confesso, mi fa una paura matta. Poi, venticinque persone scrivono un saggio su di me e a ciascuno io dovrò rispondere. E tra i venticinque ci sarà anche qualcuno che scriverà sui miei romanzi, perché li considerano appartenenti alla mia attività filosofica”.

Chissà cosa direbbero i suoi maestri. A proposito quali sono quelli che hanno contato nella sua vita?
“Sono stato formato a 11 anni dalla meravigliosa signorina Bellini, una professoressa di italiano, che mi ha insegnato le virtù dell’invenzione. Al liceo ho avuto la fortuna di incontrare il professor Marino. Da lui ho appreso la libera critica. E poi all’università il rapporto con Luigi Pareyson: fondamentale anche se tormentato. Se ci si fa caso, tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: c’è un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. È la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti”.

Perché fu tormentato il rapporto con Pareyson?
“Per lungo tempo avevamo lavorato in grande armonia. Poi avvertimmo che le nostre strade stavano per divergere. La rottura avvenne dopo la mia libera docenza. E per quasi 15 anni non ci siamo praticamente sentiti. Gli mandavo i miei libri e lui rispondeva con dei cortesi biglietti. In seguito ci fu un riavvicinamento molto affettuoso. E da allora gli sono stato vicino, fino a pochi giorni prima che morisse. Anche dove si creano divergenze ideologiche o caratteriali, il legame con la persona con cui ti sei formato resta fondamentale. Alla fine capisci che è un rapporto paterno”.

A proposito di rapporti paterni non ha citato Valentino Bompiani.
“L’ho abbondantemente odiato come padre e, per lo stesso motivo, molto amato”.

Questa uccisione del padre finisce sempre nel simbolico.
“È fatale, mica li puoi ammazzare veramente. Però le confesso che non ho mai capito certi amici che volevano uccidere il loro padre. Non ho mai avuto il problema di vendicarmi di mio padre, caso mai di vendicarlo”.

Lei ha militato nella Gioventù Cattolica.
“Ero nel gruppo dirigente. Poi ci fu il famoso caso di Mario Rossi, il presidente dell’associazione giovanile dimessosi in contrasto con Luigi Gedda. Gedda era il presidente di tutta l’Azione Cattolica e pretendeva che il movimento si schierasse elettoralmente con la Dc, il Msi e i monarchici. Fu rottura. Arrivarono i provvedimenti disciplinari. L’Osservatore Romano ci definì comunisti. Mentre, in realtà, noi leggevamo Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier”.

Quell’anno, parliamo del 1954, va a lavorare in Rai.
“Entrai per concorso e devo ammettere che all’epoca si facevano programmi infinitamente più belli di quelli di adesso. Ma l’ambiente era di una cupezza terribile, governato da fascisti e massoni. Infestato da trame aziendali”.

Ma voi, intendo oltre a lei, Gianni Vattimo, Furio Colombo e altri, che eravate entrati, non contribuiste a svecchiare l’ambiente?
“Io non ho fatto un tubo di tutto quello che mi hanno attribuito. Hanno detto che scrivevo le domande per “Lascia o raddoppia”. Falso. Ero un giovane di 22 anni, un piccolo funzionario che guadagnava sessantamila lire al mese. Immagini se la Rai dava a un ragazzino un incarico per un posto in cui giravano i milioni”.

Ma allora di cosa si occupava?
“Correggevo testi immondi di collaboratori democristiani, mettendoli in buon italiano. Mi occupavo di provini, di una trasmissione religiosa e di Topo Gigio. Poi arrivò il servizio militare e in quel periodo, grazie a Ottiero Ottieri, ho saputo che la Bompiani cercava qualcuno che sostituisse Celestino Capasso, morto nel frattempo. Ottiero mi segnalò a Valentino Bompiani. Avevo 28 anni. Fui assunto. E quasi subito Valentino mi affidò la direzione della collana di filosofia “Idee nuove”. Fu un periodo bellissimo, durato diciotto anni”.

È sempre stato molto attento alla comunicazione di massa, ai generi, cosiddetti, popolari.
“Sono stato il primo a scrivere seriamente di fumetti. Ma che i miei romanzi dovessero diventare prodotti accessibili alle masse non mi era mai passato per la testa. Tanto è vero che quando finii Il nome della rosa pensavo di darlo alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie”.

E invece di copie ne sono arrivate milioni.
“Per me continua a rimanere un mistero. Al quale si è aggiunto un enigma successivo. Tutti dicono che i miei romanzi sono pieni di erudizione, grondanti richiami letterari. Ce n’è uno solo ambientato in epoca contemporanea, scritto in modo piano, senza riferimenti culturali che non siano i fumetti: La regina Loana. Ebbene, di tutti i miei romanzi è quello che ha venduto di meno. Quindi devo pensare che sono uno scrittore per masochisti”.

In realtà è uno scrittore che ha saputo soddisfare i meccanismi delle attese.
“Ne sono convinto anch’io. Come sono certo che se avessi scritto Il nome della rosa dieci anni prima o dieci anni dopo non se ne sarebbe accorto nessuno”.

Mi ha sempre un po’ stupito la sua difesa della vita accademica. Non si è sentito un pesce fuor d’acqua?
“Esattamente il contrario. La buona università ha saputo introdurre i grandi temi – gli studi sulla televisione, sulla radio, sui fumetti e i loro effetti – che solo molto dopo sono stati presi in carico dalla cultura militante, sempre in ritardo per vocazione, per scelta, per opportunismo”.

Libero docente nel 1961, ordinario nel 1975. Non ha impiegato un po’ troppo tempo per arrivare al vertice?
“Sono stati gli anni del distacco da Pareyson, per cui non avevo più protezioni accademiche”.

Come ha vissuto il potere baronale?
“Questo potere riguarda solo alcune facoltà dove girano parecchi soldi. Ma se uno diventa ordinario di filologia bizantina al massimo prenderà cinquecento euro per una prefazione per Laterza o Carocci”.

Però il potere baronale non è solo questione di soldi, ma anche di prestigio e di vanità accademica.
“Verissimo. Fa parte di una delle deformazioni della vita universitaria. Ci sono pastette e abusi ovunque. Ma i grandi scandali si verificano dove si muovono interessi economici. Altrove, il massimo è mettere in cattedra un tuo discepolo che magari è meno intelligente di quello portato da un altro professore”.

Lei hai creato il Dams?
“No, questo appartiene alle leggende. Il Dams è stato fondato da Anceschi, Raimondi e Marzullo. Quest’ultimo l’ha preso in mano e mi ha chiamato a insegnare. Una decina di anni dopo sono passato alla facoltà di comunicazione. Ma un’altra leggenda vuole che io sia stato preside del Dams. Falso. Il Dams, in quanto corso di laurea e non facoltà, non può avere un preside”.

Le leggende sono spesso attivate dai media. Con i quali lei ha un rapporto conflittuale. Ci collabora, ma lo fa con sospetto, a volte con insofferenza.
“Svolgo la mia critica dei media attraverso i media. Grazie al cielo, si può fare”.

Come reagisce alla stroncatura di un suo libro?
“Me ne faccio una ragione, anche perché è giusto che ciascuno veda le cose al proprio modo. Certe volte mi arrabbio per delle recensioni positive, perché lo sono per le ragioni sbagliate. Per tornare alla stroncatura è chiaro che può dispiacermi. Ma la metto tra le cose possibili. È come quando giochi a tennis, qualche colpo finisce sulla rete o fuori della linea. Poi si scrive per l’eternità mica per dopodomani”.

Lei ha spesso rivendicato l’idea che si scrive soprattutto per i lettori e non per se stessi.
“Sì, ma per i lettori dei prossimi duemila anni. Io scrivo per il periodo in cui il mio stroncatore è già defunto”.

I suoi romanzi devono qualcosa al cinema?
“I miei romanzi debbono molto di più al cinema che non alla letteratura. La sua grammatica, il montaggio, il gioco dei primi piani o dei controcampi sono indissociabili dal mio modo di costruire il romanzo. Sono convinto che si possa leggere la prima pagina dei Promessi sposi come il movimento di camera che dall’alto si avvicina al suo oggetto. Non rida. Manzoni usa il linguaggio cinematografico prima che sia stato inventato”.

A proposito, il riso è un’altra componente fondamentale del suo lavoro. Ne ha fatto un punto di forza nel Nome della rosa.
“Ma lì il riso è una liquidazione. Le confesso che ho sognato per anni di scrivere la grande opera filosofica sul riso. Perché tutti quelli che ci si sono provati – da Aristotele a Freud e Bergson – ne hanno spiegato una parte mai l’intero. Poi mi sono reso conto di non essere capace di scriverla. Però ho diffuso la voce che ci stavo lavorando, in modo che dopo che fossi morto sarebbero uscite tante tesi di laurea sulla mia opera incompiuta sul riso. E mi è parso abbastanza normale infilare questa storia nel Nome della rosa. Così non ho risolto il problema, ma agli occhi del pubblico non sono più tenuto a scrivere l’opera fondamentale”.

Lei hai scritto che vorrebbe affrontare la morte scherzandoci sopra.
“Il riso è anche un modo per esorcizzare la morte. Il mio modello è Alfred Jarry che nel momento di morire chiede uno stuzzicadenti. Quell’attimo è semplicemente sublime”.

Come vive il successo?
“Tenendo il telefonino sempre spento e standomene quanto più posso per conto mio”.

Un’ultima curiosità: perché si è tagliato la barba?
“L’ho tolta nel 1990, quando andai alle isole Fiji per scrivere L’isola del giorno prima. Volevo vedere i coralli marini e la barba non mi permetteva di tenere aderente al viso la maschera. Poi me la sono fatta ricrescere per colpa di Moravia. Durante la sua commemorazione tutti i fotografi mi inseguivano per farmi le foto senza barba. E allora l’ho fatta ricrescere. Adesso me la sono tolta nuovamente, perché ho la barba tutta bianca e i baffi neri e nelle foto sembravo Gengis Kahn incazzato”.

 
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Paolo Volponi, Parlamenti

Volponi corsaro e i tiranni del Palazzo

Nel suo romanzo incompiuto l’ombra del potere deviato
Da Bava Beccaris alla P2

Si sapeva che Paolo Volponi aveva scritto, nei suoi anni di senatore della Repubblica, un abbozzo di romanzo rimasto incompiuto, Il Senatore Segreto, ritrovato in una cassapanca della sua casa di Urbino: vede ora la luce in un libro con la sua firma, Parlamenti (Ediesse edizioni), a cura di Emanuele Zinato, il maggior studioso dello scrittore. Ha la forma di un romanzo epistolare, cinque lunghe lettere scritte al senatore Edoardo Perna, un politico professionale dell’area riformista del Pci, più volte parlamentare, con importanti incarichi di partito, che Volponi scelse probabilmente come interlocutore per la legge degli opposti. Perna (1918-1988), prudente, cortese, senza mai una parola di troppo, moderato; lui eternamente ribelle, inquieto, il cuore infuocato, come i suoi scritti, spesso esplodenti, come quel che diceva lasciando sempre il segno con la sua voce baritonale.

Le lettere di Parlamenti, scritte tra il 1985 e il 1986, sembrano una sorta di prova generale, nel contenuto e nello stile, del gran romanzo Le mosche del capitale, che uscì da Einaudi nel 1989. In quel libro le vittime sacrificali sono gli industriali che hanno tradito la fabbrica diventando finanzieri, preoccupati soltanto dei profitti, dimentichi della grande lezione civile e culturale di Adriano Olivetti, «maestro dell’industria mondiale» come Volponi ha scritto dedicandogli quel libro; in Parlamenti le vittime sono i non pochi senatori che dall’Unità a oggi sono stati il simbolo di quanto è stato fatto, non fatto o malfatto umiliando i molti italiani poveri e intelligenti, con una cultura naturale, perennemente esclusi, quelli che hanno sofferto le guerre, il malgoverno, le decisioni dissennate, l’ingiustizia.

Parlamenti contiene, in coda a Il Senatore Segreto, anche un’antologia dei discorsi parlamentari di Volponi, di grande forza civile, di suggestione profonda, pronunciati spesso a braccio, con un uso sapiente delle parole e della lingua italiana. Anch’essi brandelli di alta letteratura. In nulla simili, nella forma e nella sostanza, ai discorsi di non pochi senatori che ritengono la lungaggine sinonimo di autorevolezza. Secondo il costume del Politburo sovietico di una volta.

Tra gli interventi di Volponi: il discorso del 17 marzo 1984 contro il decreto di «San Valentino» con cui il governo presieduto da Bettino Craxi cancellava la scala mobile e dava l’avvio a una politica che aveva perduto ogni segno delle radici socialiste, «un decreto autoritario»; il discorso sull’intervento straordinario del Mezzogiorno del 6 novembre 1984: «Ho sentito qui un uomo intelligente e colto come il senatore Malagodi rifarsi a padri quali Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II. Ora quei padri dobbiamo dimenticarli, dobbiamo smentirli. Quelli non furono i nostri padri: furono i seduttori di nostra madre e l’abbandonarono malamente e povera al margine delle loro strade, la buttarono fuori dalle loro carrozze e dai loro letti».

Volponi era un impasto di furia, di dolcezza, di fantasia, di realismo, di fede nella democrazia e nelle cose possibili. Massimo Raffaeli, che ha curato la silloge dei discorsi, ha scritto come tocca il cuore il gesto estremo d’amore di Volponi: la «Proposta di legge per Urbino», utopia della Polis umanistica e del lavoro liberato dalla sua soggezione atavica.

Al Senato dal 1983 al 1992, eletto come indipendente nelle liste del Pci, alla Camera come deputato di Rifondazione comunista, dall’aprile 1992 al febbraio 1993 quando si dimise (morirà il 23 agosto 1994), Volponi ha vissuto a Palazzo Madama anni non sereni.

Il suo Il Senatore Segreto, senatore invisibile, non è soltanto il gioco visionario di uno dei più grandi scrittori del Novecento; una satira nutrita di disincanto, di passione tradita e di fede non consunta. Non è di certo un avallo a quell’antipolitica su cui oggi soffiano i partiti dell’eversione. È il contrario, piuttosto, il sogno di una politica seria da fare nel nome della comunità, diversa dai comportamenti di quei senatori che Volponi vede manovrare cincischiando in aula, nella sala Garibaldi, nella sala con gli affreschi ottocenteschi di Cicerone, Catilina e Attilio Regolo, nei corridoi con le passatoie rosse e i busti dei padri della patria e, raramente, nella splendida biblioteca.

Chi è e che cosa rappresenta il senatore segreto? Dove si nasconde a Palazzo Madama? Negli anditi bui, dove, alla fine del Cinquecento, viveva il Caravaggio, altro sovversivo d’epoca, ospite del cardinal del Monte; nello stanzone dei «cassettini», dove i commessi distribuiscono la posta ai senatori; nella torretta; nella sala delle firme; nella sala rossa? Il cacciatore (Volponi) indaga, raccoglie prove e indizi, medita vendette, ma la sua ricerca non è, come può sembrare, una detective story.

«Chissà quanti malvagi senatori – scrive – hanno condotto giù per questi scalini (dell’aula del Senato, ndr i loro cattivi pensieri e le loro scorregge infettive. Davvero, uno di quelli può essere rimasto nascosto qui dentro. Viene fuori solo nei giorni dei voti decisivi, quando può mischiarsi tra i folti gruppi di quelli che stanno comunque dalla parte del potere».

Il senatore segreto è l’uomo delle eterne maggioranze, ha l’età dell’Italia unita, da Bava Beccaris alla P2, ne ha fatte, sempre impunito, di cotte e di crude, è un simbolo delle iniquità che hanno ferito il Paese. Era nell’aula, scrive Volponi, a ciarlare sulla sanità delle cannonate, era presente, vestito in modo assai stravagante, a giurare fedeltà al fascismo. Dove si sarà nascosto, invece, ai tempi alti della Costituzione? Sarà stato ben presente, al contrario, negli anni più foschi della prima Repubblica, quelli delle stragi di Stato, degli assassinii di tanti uomini degni. «Questo erede di Leopardi trapiantato nell’Italia del Caf», (Craxi, Andreotti, Forlani), commenta Emanuele Zinato nella prefazione del libro.

Da queste pagine saltano fuori tutte le predilezioni, gli amori e gli umori dello scrittore, la pittura – ha donato la sua importante collezione di fondi oro trecenteschi e di tele secentesche al museo del Palazzo Ducale di Urbino, la città natale -; il gioco del calcio – era un tifoso del Bologna -; le belle donne.

Il Senatore Segreto si inserisce a buon diritto tra le opere di Paolo Volponi. La sua vita è parallela ai suoi libri. Dai tempi dell’amata Olivetti di Adriano a cui fu sempre fedele, dopo aver lavorato anni nell’azienda di Ivrea come direttore dei Servizi sociali e poi capo del personale, alla Fiat dove fu consulente e poi segretario generale della Fondazione Agnelli, costretto a dimettersi nel 1975 a causa della sua dichiarazione di voto per il Pci alle elezioni di quell’anno. Lo scrittore credeva nel profondo in una nuova cultura industriale di cui aveva competenza. Ma non fu solo il romanziere dell’industria di cui aveva scritto nel suo Memoriale, la storia di un operaio psicotico, Albino Saluggia. È stato uno scrittore appassionato dell’intero mondo, dei drammi, delle speranze fallite dell’uomo: La macchina mondiale, Corporale, Il sipario ducale, La strada per Roma. Quando uscì Le mosche del capitale, che raffigurava con uno stile grottesco, ma anche profetico, i mondi padronali – Donna Fulgenzia era l’immagine di Gianni Agnelli, Nasàpeti era Bruno Visentini, il dottor Astolfo, Umberto Agnelli – Volponi fu aggredito – «Un velleitario censore del potere», «Alta finanza basse speculazioni» – da certi critici di famiglia, attacchi personali, non letterari, contro chi, era l’accusa, aveva tradito i principi e i principii del gran capitale.

Il mio è un romanzo, rispose soltanto. Libertà di critica, ma anche libertà di espressione. «Povero me – scrisse allora dedicando il libro a un amico – che ancora credo nell’onestà della letteratura».

Corrado Stajano 

Lo scrittore
Paolo Volponi (Urbino, 1924-Ancona, 1994), poeta, narratore e parlamentare per un decennio, dal 1983 al 1993, ha esordito come poeta con «Le porte dell’Appennino» (1960). Il suo primo romanzo pubblicato è «Memoriale» (1962). Ha vinto il premio Strega nel 1965 con «La macchina mondiale» e nel 1991 con «La strada per Roma»
L’opera
È in libreria «Parlamenti» (Ediesse, a cura di Emanuele Zinato, pp. 296, e 10). Il libro raccoglie il romanzo incompiuto di Volponi, «Il Senatore Segreto», e un’antologia dei discorsi parlamentari dell’autore.

 
 

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