Lorenza Ghinelli, La colpa

I segreti di due adolescenti
per dare un senso al dolore

Arriva in libreria “La colpa”, il nuovo romanzo di Lorenza Ghinelli il cui libro precedente “Il divoratore” è stato un caso editoriale e presto diventerà un film. “Quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino”

di SILVANA MAZZOCCHI

Scrivere affidandosi al proprio sentire,  senza seguire razionalità o schemi precostituiti. Lorenza Ghinelli  racconta i suoi personaggi, bambini o adolescenti, sempre inquieti, problematici, segnati precocemente dalla sofferenza, ma irriducibili esploratori di se stessi e della vita. Il suo libro precedente, Il divoratore, è stato un caso editoriale e presto diventerà un film. E quel linguaggio fotografico che aveva contribuito al suo primo successo, è la voce di La colpa, il nuovo romanzo appena approdato in libreria.

Estefan e Martino sono due amici ormai ragazzi, legati fin dall’infanzia dalla stessa miseria famigliare che li ha fatti crescere in solitudine, coperti da un’indifferenza mascherata di ordine e “normalità”. Ambedue  portano dentro un grande dolore, una ferita che li ha segnati tanto tempo prima e che loro hanno imparato a soffocare con la  violenza e la ribellione. E cercano di andare avanti e di vivere comunque, nonostante gli incubi, i ricordi tenuti dietro la nebbia dell’incertezza, per difendersi da responsabilità presunte, distorte, ingigantite. Ma il passato, si sa, non può essere mai sepolto del tutto; rischia sempre di tornare, senza avvertire, magari percorrendo strade tortuose. E, quando questo avviene, il silenzio s’incrina, o si rompe. La molla della violenza è come una porta che si apre, che esplode  e i due amici riusciranno finalmente  a parlare dei loro segreti e, se non a liberarsene, almeno a buttarli fuori da sé.

Intanto Estefan incontra Greta, una bambina senza genitori, che vive in campagna con il nonno, in una zona intrisa di cascami industriali. E accade, ancora, che casualità e violenza incrocino due esistenze.

In La Colpa, i protagonisti hanno una disponibilità a non risparmiarsi, a non smettere di cercare e di sperimentare, a reagire aggrappandosi a quel che di vero offre la vita fuori dagli schemi convenzionali e dal rapporto scontato causa-effetto, che tinge di possibilità l’epilogo aperto della storia. Dice Ghinelli “Io racconto strade non battute e quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino”.

Dopo il successo di Il Divoratore un altro libro con protagonisti ragazzini. Perché?
“Potrei dare spiegazioni razionali, nel qual caso direi che l’infanzia e l’adolescenza sono le età che prediligo e che ho studiato più a fondo, anche nel mio percorso studi per diventare educatrice sociale. Potrei dirle che è l’età che più mi colpisce perché è ancora priva di strumenti per reagire al disagio, ed è totalmente in balia di adulti che troppo stesso, pur essendo adulti, continuano ad esserne privi. E’ un’età in cui la fantasia supplisce a una serie di mancanze, mancanze affettive, di risposte, di progettualità possibili. E, davanti a traumi importanti, a meno che un bambino non sia resiliente, può irrimediabilmente perdersi. Ma preferisco rinunciare a spiegazioni razionali, perché quando scrivo non funzionano, limitano e basta. E si accompagnano a pregiudizi insidiosi. La realtà è che racconto quello che mi abita, le realtà che conosco in maniera diretta o fortemente tangente. So di potere raccontare l’infanzia e l’adolescenza, e allora lo faccio”.

I suoi personaggi soffrono, conoscono la parte buia della fantasia che produce gli incubi, ma anche l’aspetto peggiore della realtà. E’ questa l’infanzia che vuole raccontare?
“A me non interessa raccontare il buio e nemmeno il dolore. Il buio e il dolore riempiono quotidianamente le pagine di cronaca nera e non sono interessanti, deprimono e basta. Inoltre, l’esperienza della ferita e del trauma sono esperienze che prima o poi toccano la vita di tutti, e non è certo questo che ci affratella o che genera interesse, basta guardarsi intorno, l’indifferenza purtroppo sembra prevalere su tutto. Quello che invece io voglio raccontare, quello in cui credo, sono le possibili strade per dare un senso al dolore, e ci vuole un discreto carpiato della fantasia, perché credo che il dolore, come la vita, un senso non ce l’abbia. Almeno non senza il nostro sforzo. Reagire al dolore è sempre un atto creativo. Per questo motivo i miei protagonisti esplorano sempre strade non convenzionali, in cui la morale non esiste, non ha mai spazio, perché tutte le morali sono preconfenzionate, sono già scritte, non portano a niente di nuovo e certamente non portano a conoscere meglio se stessi. Io racconto strade non battute, quello che mi preme è narrare la possibilità di reinventare il proprio destino, di allungare le mani e prendere quello che la vita non ha dato”.

In La Colpa, i protagonisti si riscattano, nonostante tutto… E’ la sua scelta di scrittrice, o la sua visione della vita?
“Io non credo nel lieto fine, il vissero felici e contenti mi stranisce, non lo considero affidabile. Quello che invece mi interessa è che le storie non finiscano di schianto contro un muro, una parete chiusa, una strada a vicolo cieco. I miei romanzi si concludono con una porta aperta, io non lo se, oltre quella porta, c’è un abisso che divora o una nuova strada da percorrere verso nuove rotte esistenziali. So solo che quella porta aperta è tutto ciò che mi serve per farmi forza ogni mattina quando mi alzo. Non sappiamo cosa ci porterà la giornata, ma abbiamo bisogno di desiderio e passione per poterla vivere. Sono un’entusiasta, ma allo stesso tempo fortemente realista. E’ la mia visione della vita, e si rispecchia fedelmente in quello che scrivo”.

 
www.repubblica.it
 
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