Tabucchi, il narratore dell’animo diviso

di Renato Minore

ROMA – Antonio Tabucchi ci ha lasciato. Da tempo malato si è spento ieri mattina a 68 anni, all’hospital da Cruz Vermelha nella sua Lisbona (dove giovedì si svolgeranno i funerali), la sua seconda patria, la casa dei suoi cari, la casa dei suoi poeti più amati. Aveva esordito poco più che trentenne come narratore dopo molti anni passati a tradurre e scrivere saggi. L’antologia del 1971, La parola interdetta, la prima sulla poesia surrealista portoghese, è assai importante per la genesi dello scrittore, con la piena assimilazione dello spazio onirico, dei riflessi dell’inconscio. E tra gli antenati, ecco Fernando Pessoa, destinato a diventare un costante oggetto di desiderio del critico e saggista. Una presenza disseminata anche nell’opera narrativa fino a Requiem (1992), scritto direttamente in portoghese in cui egli raffigura un malizioso congedo dal suo nume tutelare dopo aver tanto penato per affidare il suo transito nella storia letteraria all’intelligenza di scritti fondamentali per la sua comprensione, a cominciare dalla traduzione delle sue opere, Una sola moltitudine.

Dunque, il suo esordio scandito da tre libri che definiscono la fisionomia di un narratore tra i più originali, il più europeo, della narrativa italiana dopo il ’68. In primo luogo Piazza d’Italia, una sorta di sagra familiare, quasi novanta anni di vita in un piccolo borgo toscano (Tabucchi era nato a Pisa), un’antistoria dalla parte dei perdenti sul modello di Cent’anni di solitudine. C’è già prefigurato il Tabucchi futuro (il doppio, il tempo, gli equivoci…) nell’impasto realistico – inventivo in grado di risolvere in avventura della fantasia il filo rosso della storia. Poi Il piccolo naviglio, nel 1978, ripete la struttura di romanzo-saga che, alla dimensione epico-corale, sostituisce la forma della ricostruzione biografico-famigliare, con la contrapposizione tra la Storia e la storia, un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Il tutto in forma circolare che richiama la letteratura orale, con un inizio che è anche inevitabile punto d’arrivo, nella tensione del racconto come macchina incatenata di eventi, allegoria del narrare stesso. Infine i racconti finissimi de Il gioco del rovescio (1981) dove, all’ombra ormai diffusa di Pessoa, affiora il tema del rovescio come costante indagine entro il risvolto segreto e insospettato dell’esistenza. Per la prima volta prende corpo il ricordo di una Lisbona reale e fantastica attraverso la sua immagine capace di rivelare, nei suoi segni, le connessioni che trasformano i dati di un’esistenza in destino, degradato o derisorio, e tuttavia reso riconoscibile.

Su questa linea, nasce un altro gioiello, I piccoli equivoci senza importanza (1985), disseminati su una tastiera orientata verso una poetica del sogno e della penombra, ma con il filo rosso di una profonda inquietudine sul senso dell’incompiuto e dell’inafferrabilità della vita. Come in Capodanno (uscito nella successiva raccolta L’angelo nero) dove lo scrittore torna alla memoria infantile per consegnare al lettore il segno dell’angelo nero del male nascosto nelle pieghe dell’esistenza. Dall’altra parte nasce il Notturno indiano (1984), presto diventato di piccolo culto, il primo libro di viaggio di Tabucchi, probabilmente (secondo Segre) lo scrittore italiano più cosmopolita. Egli parla dei viaggi che lui stesso ha trasformato in scrittura, offrendone una trama di parziali descrizioni che non possono essere isolate dalle storie, sono come cancellate. Così i viaggi che propone e che corrispondono a quelli già raccontati come storie, sono il loro «residuo diurno».

Nel 1994 Sostiene Pereira dà a Tabucchi il successo nazionale e internazionale, grazie anche al film molto fedele di Roberto Faenza, con Marcello Mastroianni. Il clima di inquietudine delle precedenti prove viene sovrapposto a una dimensione di forte impronta etico-politica, con un protagonista, l’ex giornalista Pereira, testimone solitario del montante fascismo europeo. La sua collaborazione a un mediocre giornale del pomeriggio come necrologista lo porta a una lenta presa di coscienza e a una maturazione politica inattesa. Al successo di Sostiene Pereira, per Tabucchi, seguono altri romanzi, libri di viaggio, pamphlet sulla politica italiana. Vorrei solo ricordare quello che probabilmente resta il suo vero capolavoro, le nove storie brevi e brevissime de Il tempo invecchia in fretta. Reveries, reminiscenze di eventi storici, monologhi interiori con la voce del narratore che si avvolge su se stessa in soste, intoppi, spezzature. E insegue destini monchi e incompiuti, continuamente oscurati, rattoppati, fuori centro. Buchi nella rete del labirinto che la scrittura infilza come fessura, supposizione, indizi che vanificano ogni pretesa di «sapere completo». Frammenti bruciati su una strada percorsa nel tempo e coperta dalle rovine di tutto ciò che cominciava a essere o di tutto ciò che si poteva immaginare di essere.

www.ilmessaggero.it

 

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