Carlo Cassola: i segreti delle sue donne e la passione per la vita

I segreti delle donne di Cassola: la passione
(senza calcoli) per la vita

Trent’anni italiani attraverso le protagoniste dei suoi racconti

Oggi, Carlo Cassola è uno scrittore dimenticato: quasi nessuno rilegge i suoi capolavori, Il taglio del bosco, Un cuore arido, Paura e tristezza, che attrassero tanti lettori cinquanta o quaranta anni fa. Devo confessare di non riuscire a comprenderne la ragione, perché questi libri mi sembrano conservare tutta la loro intensità, felicità, dolore, bellezza.

Dopo tanti anni riprendo in mano i racconti lunghi della tarda giovinezza e della prima maturità di Cassola, che Mondadori ha appena ristampato sotto il titolo Il taglio del bosco (pagine 508, 12, con la prefazione di Manlio Cancogni). La prima impressione è forte e singolarissima. Cassola non aveva mai badato alla realtà del suo tempo: aveva sempre deriso ogni rappresentazione sociologica; eppure questi racconti, con le ragazze che chiacchierano nelle strade dei paesi e prendono il sole sulla spiaggia di Cecina, o i suoi montanari e carbonari, sono la rappresentazione più viva e vera che un narratore abbia dato della vita italiana tra il 1930 e il 1960, specialmente in una regione, la Toscana. Oggi l’impressione di vita è lancinante, straziante. Non si può essere più veri, senza nessuna intenzione di essere veri. Se dovessi raccomandare a uno storico contemporaneo di leggere libri di cui imbeversi profondamente prima di raccontare la storia di quegli anni, dovrei fare due nomi: i racconti e i romanzi di Cassola, e un capolavoro incomparabile di poesia come La camera da letto di Attilio Bertolucci. Ma gli storici, ahimè, leggono le statistiche, e i testi conservati negli archivi; e dimenticano che un’epoca lascia la propria essenza, trasparente e quasi invisibile, nei libri di letteratura.

Come nei romanzi di Jane Austen, scritti ai tempi di Napoleone, non appaiono Napoleone né le guerre, le sconfitte e le vittorie della Gran Bretagna, così non sospettiamo che nel 1930-1960, se fossimo usciti dai libri di Cassola, avremmo incontrato Mussolini, i discorsi fascisti, e la guerra del 1940-1945 e l’insensibile e rapido cambiamento che trasformò la società contadina in società di massa. Questa forma di storia Cassola non la conosce, non vuole conoscerla, e pretende che, per un artista, sia un errore conoscerla. Come Manlio Cancogni ha raccontato in un libro molto spiritoso, Azorìn e Mirò, Cassola rappresenta l’esistenza minima: i piccoli gesti quotidiani, le piccole sensazioni, i piccoli pensieri; tutto quello che ces seigneurs qui nous gouvernent chiamano insignificante. Per Cassola, la vera storia è questo brano di Rosa Gagliardi: «Quella mattina Rosa si svegliò un’ora più tardi del solito. Scese dal letto e disse la preghiera intanto che si vestiva, per guadagnar tempo. Poi spalancò la finestra e per qualche istante respirò l’aria profumata della mattina. “Rosa è tardi”. Come tutte le persone che vivono sole, Rosa aveva l’abitudine di parlare a sé stessa». Ma questa esistenza minima ha una straordinaria sovrabbondanza di vita. Non è vuota, ma pienissima. Talvolta ha una forza terribile, capace di distruggere tutte le idee e le passioni. I suoi eroi non sono ridotti a patelle, o covoni di grano, o farfalle, come accade nei libri di Verga: non appartengono mai all’immenso territorio del subumano; ma conoscono il respiro immensamente vasto che agita il cuore dei veri esseri umani

La vita secondo Cassola non è mai la stessa: se la guardiamo da vicino, con quell’attenzione meticolosa e spasmodica che esige sempre la lettura dei suoi libri, ci accorgiamo che è fatta di momenti che battono, muovono, scivolano, e non si confondono mai. Malgrado le apparenze, non è monotona: o è monotona solo per chi non riesce a comprenderla. Eppure, obbedisce all’anonimo e grandioso ritmo del ciclo. La mente raccoglie pensieri indeterminati: ricordi, nostalgie, esseri vicini, esseri lontani, apparenze che appaiono e scompaiono, piccoli avvenimenti che non si sa perché assumono all’improvviso una straordinaria importanza, echi vaghi, aloni che avvolgono ogni cosa; e poi tutti insieme questi barlumi formano un flusso, dove le gocce sono diverse, ma il ritmo possiede la stessa musica. Questo flusso porta il nome di tempo: tempo che noi crediamo di conoscere eppure intravediamo appena, come scrive Rosa Gagliardi: «Rosa riprese a lavorare. Il movimento ritmico del gomito era il ritmo stesso del tempo, che ormai per lei scorreva eguale e tranquillo». Oppure si chiama silenzio: nella profondità il tempo non parla, non si rivela, tace, si occulta anche a chi lo subisce.Il tempo-silenzio ha un terzo nome: destino. Dovunque, nei racconti e nei romanzi di Cassola, specialmente le donne dicono frasi che ci colpiscono per la loro apparente banalità: «Una donna sola se la cava meglio nella vita». «Ci possiamo contentare». «Avrebbero preso quello che il buon Dio ci manderebbe». «Succede così». A un lettore incomprensivo, possono sembrare mots reçus flaubertiani, raccolti con ironia. Non c’è nessuna ironia. Queste frasi banali non fanno che ripetere, talora fino all’ossessione («Succede così»), che la vita è una tragedia illimitata, che non esiste libertà ma solo necessità e che, come diceva Omero, l’unica arma che gli uomini posseggano è la sopportazione: «Ineluttabilmente noi esseri umani / dobbiamo sopportare i doni degli dèi, perché essi, davvero, / sono molto più forti». Il taglio del bosco è mirabilmente intrecciato e intessuto di destino: in ogni episodio, in ogni personaggio, in ogni collina, in ogni bosco, in ogni capanno; e nello sguardo fisso della moglie moribonda che non riesce a dire al marito quello che vuole; e nelle innumerevoli stelle sconosciute che brillando riempiono il cielo e, a un tratto, non si sa come, lasciano il cielo completamente buio.

Come molti hanno scritto, i personaggi più belli di Cassola sono le donne. Gli uomini pensano (di rado giustamente), agiscono, lavorano, fanno progetti, fanno politica, parlano: ma sembrano volgere quasi sempre le spalle alla vita o, al contrario, la affrontano con troppa violenza. Sono eccessivi, grigi e patetici. Quando vediamo le ragazze sulla spiaggia di Cecina, o nei paesi dell’interno, mentre passeggiano tenendosi per braccio, abbiamo sempre l’impressione che i loro sentimenti fondamentali siano l’attenzione e l’attesa (non la speranza). Hanno la mente libera. Non cessano di contemplare ciò che passa. Non impongono né respingono. Così capita loro di essere più vicine all’origine, all’essenza e al flusso puro dell’esistenza – che, secondo Anna Cavorzio, la protagonista di Un cuore arido, «è un rumore sempre eguale, e che pure non stanca mai». E poi, spesso, si comportano nel modo più immotivato. Nelle Amiche, una ragazza ride sempre, anche se ha appena parlato nel modo più serio. «Perché ride? perché ride mai?», si domanda un personaggio. Così si domandava Andrej Bolkonskij, un secolo prima, quando nella notte ascoltava il trillo radioso di Natascia.

Questa prossimità all’essenza della vita dipende, spesso, dalla rinuncia: le ragazze e le donne di Cassola rifiutano gli uomini e non si sposano, non per obbedire a un’idea di verginità ideale, ma perché immaginano che tutte le faccende e il peso del matrimonio, il marito, il lavoro di casa, i figli, offuschino e ottenebrino il puro soffio dell’esistenza, «quel rumore sempre eguale, e che pure non stanca mai». Spesso, queste donne sono felici: anzi, quasi esse sole sono felici, sebbene difficilmente possiamo scoprire perché lo siano. La loro felicità è indeterminata come il respiro della vita. Basta pochissimo: il silenzio della campagna, un raggio di sole mattutino sul letto, i mandorli in fiore, il verde del piano che si screzia di giallo, l’aria profumata, la boscaglia scura che resiste all’autunno, il fulgore del sole morente, l’arrivo della primavera nel cielo sgombro di nuvole – basta un semplice messaggio della natura perché il cuore si colmi di beatitudine. Mi sembra un fatto bellissimo e quasi incomprensibile che uno scrittore così torturato dalla tragedia come Cassola conosca una felicità così vasta e incontaminata.

Pietro Citati

www.corriere.it

 

 

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