Premio Napoli a Paul Auster, Sunset Park

Auster: credo al Caso, amo la Storia

«Racconto vite fuori controllo»

Il protagonista dell’ultimo romanzo di Paul Auster, Sunset Park (Einaudi), che in una squadra di traslocatori fotografa ossessivamente le cose abbandonate in fretta dentro appartamenti pignorati, riassume in modo esemplare la poetica di Auster (e si riallaccia a Smoke e a quel personaggio di Città di vetro che raccoglie per strada oggetti desueti). La letteratura come attitudine a salvare dall’oblio cose, persone, destini, a estrarne il potenziale utopico che sempre contengono. Questo gli preme più che raccontare storie, le quali si moltiplicano e si disperdono come fumo. Auster è destinato a spiazzare le categorie critiche: scrittore labirintico e fortemente comunicativo, metaletterario e affabulatorio, fiabesco e realistico. L’unico rischio per lui è di essere, a volte, quasi «anestetizzato» dalla propria bravura. La sua narrazione è straniante e insieme lineare. Attratto egualmente da Nabokov e da Svevo, da Primo Levi e da Beckett. Riusa sapientemente i generi (noir, detective story, gotico) ma per stravolgerli. Apparentemente tragico, in realtà svela una propensione per la commedia e il gioco. Ma c’è un filo rosso che lega i suoi romanzi: il legame con i luoghi, e anzi con un luogo fisico, Brooklyn (e con una parte di Brooklyn, Park Slope). Nato a Newark, come Philip Roth, è andato a vivere a Brooklyn negli anni 80 e da allora il quartiere newyorchese è diventato il centro della sua narrativa, rifugio interiore, spazio primario in cui orientarsi e luogo dell’anima.

Ho incontrato lo scrittore a Napoli, dove è venuto – per la prima volta – per ritirare il Premio Napoli.

In Usa molti scrittori sono ossessionati dalle radici, dal legame con i luoghi fisici (McCarthy, Lethem), mentre in Italia accade spesso il contrario: non gli scrittori napoletani (Montesano, Cappuccio, Parrella), che raccontano quasi solo Napoli, ma ad esempio Ammaniti dice di nascere dalla tv, e descrive dei non-luoghi.

Ma un grande scrittore deve sempre essere un po’ «provinciale», nel senso di non perdere il legame con la propria piccola patria?
«Anche se nell’arte non ci sono regole, farei un’eccezione per il genere del romanzo, dove il “luogo” è decisivo: la storia che un romanziere racconta deve sempre essere situata da qualche parte, poiché il lettore riceve le emozioni che l’autore ha in relazione a un luogo preciso. Poi certo un luogo reale può essere anche trasfigurato e diventare immaginario, come in Kafka o in Beckett. Negli Stati Uniti in genere gli scrittori del Sud, da Faulkner in poi, sono più legati ai loro luoghi, e dunque più “provinciali” (in una accezione ovviamente non negativa). I francesi si muovono invece in una ottica “nazionale”, non sono quasi mai regionali. Ma spostiamoci di linguaggio: uno dei problemi del cinema americano è che non ci mostra più dei luoghi, al contrario del cinema italiano».

Nelle sue storie è centrale il caso. Non sarà che il caso, in un mondo che alimenta l’illusione che tutto possa essere controllabile, rappresenta l’ultima testimonianza della «realtà»?
«I filosofi parlano di caso e necessità. Ora, nella vita la necessità riguarda la nascita e la morte, tutto ciò che avviene tra questi due momenti è appunto sottoposto al caso, meravigliosamente fuori controllo, dunque ben reale».

Il bisogno di raccontare storie è connaturato all’uomo, ma se anche il politico, lo scienziato o il giornalista vuole solo raccontarti una storia, non si preoccupa un po’?
«No, per me è un fatto comunque positivo. È sempre più facile capire qualsiasi realtà se diventa una storia. E poi i grandi narratori eliminano tutto il superfluo e vanno all’essenziale! Le storie semplificano il mondo e si rivolgono alla nostra parte più infantile».

Molti dei suoi personaggi fotografano o raccolgono oggetti desueti, quasi dei collezionisti del passato…
«La Storia mi appassiona, e dunque il passato. Ma il passato non può tornare e in un certo senso è inafferrabile. Il solo modo di tornare è proprio attraverso le storie. La Rivoluzione culturale cinese volle distruggere il passato, gli oggetti, i monumenti, i documenti, ma il passato sopravviveva nelle narrazioni orali delle persone».

In molti dei suoi romanzi l’indagine ostinata del detective non scopre niente. Diceva Pasolini che la verità è sempre distruttiva, per la ragione che al fondo non c’è niente di vero. È così?
«Non farei affermazioni generali. A volte la verità è distruttiva e a volte liberatoria. Ma la ricerca della verità, per quanto essa sia ambivalente, mi sembra irrinunciabile. Prenda la decisione di Truman di sganciare la bomba su Hiroshima. È vero che ha risparmiato 5 anni di guerra e quasi un milione di morti? Ecco una verità fattuale che non dobbiamo stancarci di approfondire. Come vede la mia è una risposta empirica: il mondo dell’esperienza è così affascinante e vario da non poter essere racchiuso in una formula univoca».

Filippo La Porta

www.corriere.it

 

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