Giorgio Faletti, Tre atti e due tempi

Il (non) thriller di Faletti
scopre l’America ad Asti

E questa volta a uccidere non è un serial killer 

Giorgio Faletti è come Diabolik. Si mette una maschera e diventa un’altra persona. Un serial killer che vive a Montecarlo, una bellissima donna ermafrodita, un vecchio indiano navajo. Sono i personaggi dei suoi thriller venduti a milioni di copie, spesso ambientati in America, sempre pubblicati da Baldini & Castoldi.
L’inverno scorso è cambiato qualcosa in questo fortunato meccanismo. È successo che Paolo Repetti, il personaggio più adrenalinico e ansioso del mondo editoriale italiano, ha fatto a Faletti un discorso più o meno di questo tenore. «A Natale», ha detto Repetti allo scrittore, «noi di Einaudi Stile libero abbiamo sbancato in libreria con Io e te di Niccolò Ammaniti, poco più di cento pagine, mentre gli altri editori puntavano, sbagliando, su volumoni quattro o cinque volte più grossi. Piccolo è bello ed è anche bestseller. Questo ci ha fatto pensare che forse la gente è stanca di romanzi gonfiati, imbottiti di estrogeni. A Natale prossimo vorremmo riprovarci. Ci stai a scriverci una storia di massimo 120 pagine?».
«Perché no?» ha risposto Faletti. E poi se n’è tornato a casa sua ad Asti a pensarci su. Quella casa è all’ultimo piano e ha una terrazza che affaccia su una strana piazza sbilenca. Guardandola, Faletti ha avuto l’idea. Un’idea senza serial killer, senza morti ammazzati, senza poliziotti, senza America, senza New York. «E senza grattacieli perché mi sa tanto che Repetti è uno che soffre di vertigini», ha pensato, sorridendo tra sé e sé per la battuta.
Dunque, ci voleva una storia piccola e bella. Ci voleva l’atmosfera morbida e il tempo lento di una città di provincia. Una città come Asti. Sì, andava benissimo la provincia «dove tutto arriva con calma da fuori. Una volta era la ferrovia, poi sono arrivate le automobili, la televisione, l’autostrada e ora Internet». Un posto dove si vedono ancora le facce. Perché quelli di Facebook non hanno inventato niente. In provincia Facebook c’è da sempre, in carne e ossa e non virtuale. Ma sì era ora che, come il figliol prodigo, tornasse a casa e scrivesse un romanzo ambientato in una città come Asti. Questo doveva essere il posto.

E chi doveva essere il protagonista? Faletti ha cominciato a rovistare tra le sue maschere alla Diabolik e si è imbattuto in quella di tale Silver. Era lui quello giusto. Silvano Masoero, detto Silver, ex pugile, peso medio, che sembrava destinato alla gloria ma poi si è cacciato nei guai e si è fatto anche qualche anno di galera. Si è venduto, come in un racconto di Hemingway. Ma ha pagato il suo debito con la società e, uscito dal carcere, si è sposato con Elena, una brava ragazza. Ha trovato lavoro, magazziniere nella squadra di calcio della città. Una squadra che è in serie B da una vita, forse c’è sempre stata, forse ci starà per sempre. Ma a Silver non importa, tanto lui non sarà mai più uno da serie A. Silver e Elena hanno avuto un figlio. Facendo sacrifici si sono comprati una villetta a due piani con l’orto (per lui) e il giardino (per lei, che ama i fiori, soprattutto i tulipani). Poi Elena è morta. No, niente delitti, niente serial killer, si muore anche normalmente. Silver si è chiuso a riccio in se stesso mentre il figlio, diventato un mediocre giocatore di pallone, ha preso a vagare per l’Italia passando da una squadra all’altra. I rapporti tra padre e figlio, da sempre difficili, si sono allentati ulteriormente. Silver si è rifugiato nel lavoro. Tiene lo spogliatoio lindo e pinto. Magliette, calzoncini, calzettoni e scarpette disposti con ordine quasi maniacale sulle panche e negli armadietti prima della gara. Ogni mattina fa un salto al cimitero a portare tulipani freschi sulla tomba di Elena. Gli anni passano. Una mattina Silver nota, guardando il viso sereno, dolce e sorridente della moglie nella foto sulla lapide, che Elena è ormai molto più giovane di lui, che per lei il tempo si è fermato. Si sente un sopravvissuto.
Faletti si accorge di trovarsi a suo agio nei panni di Silver, come mai gli è capitato con nessun personaggio. Perciò gli presta volentieri alcuni ricordi infantili. Gli presta sua nonna mentre legge a Giorgio/Silver bambino gli albi di Nembo Kid (il nome autarchico di Superman) che la donna, poco pratica d’inglese e di lettering fumettistico, chiamava Membo Rid. Gli presta anche il ristorante dove va spesso a pranzo, il locale di Ruè dove lo trattano come a casa sua, e qui gli fa conoscere Rosa, una cameriera bella e gentile, messa a dura prova dalla vita, che ha tirato su da sola un figlio della stessa età di quello del magazziniere. Silver e Rosa prendono a uscire assieme. Il programma è sempre uguale: cinema, pizza, gelato e passeggiata al Parco Nencini. Una sera ci scappa un bacio ma non è preludio a niente. È Silver che si tira indietro. Rosa sarà la sua partner solo per pochi minuti ogni sera verso le otto quando in tv c’è il quiz della Ghigliottina, quello dove devi indovinare la parola misteriosa. A quell’ora Silver e Rosa si sentono per telefono e, ognuno seduto davanti alle rispettive tv, giocano assieme. Vince Rosa, quasi sempre.

È arrivata l’estate e Repetti entra in ansia. La battaglia di Natale in libreria si avvicina e, vista la crisi, si preannuncia più cruenta del solito. Faletti è chiuso all’Elba a lavorare. Da lì spedisce, a mano a mano che li scrive, i capitoli a Severino Cesari, il miglior editor italiano. E Cesari giura che il tono di voce di Silver Masoero, mentre narra la sua avventura, ha un ritmo che ipnotizza. Tutto sembra procedere secondo i migliori auspici ma a un editore vengono mille paure lo stesso. Un romanzo è sempre un terno al lotto. La formula magica del bestseller non è stata ancora inventata. Si brancola nel buio. Il vero thriller è pubblicarli i romanzi. Non è che Faletti scriverà un libro troppo diverso dai suoi soliti? Non è che l’aria di casa lo farà diventare troppo sentimentale, troppo letterario? Non è che finirà per dethrillerizzarsi? E poi il titolo: Tre atti e due tempi . Buono, certo. Ma i due tempi sono quelli di una partita di calcio, la sequenza clou del romanzo. E qui c’è da entrare decisamente in fibrillazione. Perché Faletti, è notorio, di calcio non capisce quasi un’acca. E poi in Italia il calcio nei romanzi proprio non va. È una di quelle cose che non sfondano presso il grande pubblico come gli editori di lungo corso sanno bene. Il calcio fa parte della lista dei tabù editoriali nazionali. Mai storie di pallone. Mai storie di pittori. Mai copertine con l’immagine di un rettile.
Intanto, nella vita, che sembrava ormai essere una resa senza condizioni, di Silvano Masoero succedono un sacco di cose. Il figlio gioca adesso nella squadra di cui il padre è magazziniere ed è diventato un campione. Ora lo chiamano il Grinta e a suon di gol ha portato la squadra quasi in serie A. È l’idolo dei tifosi tanto che non è più conosciuto come «il figlio di Silver, il pregiudicato». Adesso è Silver che è diventato «il padre del Grinta, il goleador». Resta una partita da giocare, quella decisiva per la promozione. Basterà non perderla e il sogno che tutta la città attende da decenni si realizzerà. Ma forse è più probabile che si trasformerà in un incubo perché Silver ha scoperto per caso che il figlio si è venduto la partita scommettendo sulla sconfitta della sua squadra. Il prezzo del tradimento, si sa, è fisso ormai da 1978 anni e ammonta a trenta denari che, tradotti in valuta corrente, corrispondono esattamente a trenta milioni di euro. Silver, che non vuole che il figlio commetta lo stesso suo errore, affronta il Grinta che lo gela con tre parole: «Stanne fuori, Silver». Ma Silver decide di non starne fuori. Mancano poche ore all’inizio del match. Altro che dethrillerizzazione. Qui comincia una lotta contro il tempo di una suspense nuda, cruda, insostenibile e senza bisogno di serial killer, di pistole, di estrogeni narrativi e di effetti speciali. Anche se il morto ci scapperà.

Gli scrittori sono superstiziosi, osservano rituali scaramantici ogni volta che finiscono un libro. Stephen King, che da tempo ha smesso di bere e di fumare, si concede una coppa di champagne e una sigaretta. Faletti, per vecchia consuetudine, mi manda il pdf ancora bollente. Io leggo e gli mando un sms. Stavolta il messaggino era: «Mettiti pure l’anima in pace. Ormai sei arrivato. È il tuo capolavoro. Hai scritto il tuo libro più bello». Lui ha risposto con una parola sola: «Finora». Poi credo che abbia fatto un gesto di scongiuro.

Antonio D’Orrico

www.corriere.it

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