Vosganian Varujan, Il libro dei sussurri

Goffredo Fofi su Internazionale, riferendosi al Libro dei sussurri, ha parlato di “epica armena”. Definizione quanto mai giusta, se ci si affretta a precisare che di epica dei vinti, di epica sussurrata, di epica della memoria si tratta, “solo i vinti muoiono davvero per le loro idee” (p.65). Con tocco intimista, Vosganian ricostruisce la memoria collettiva della comunità armena della Romania, dai massacri dell’impero ottomano allo scontro fra Germania nazista e Russia bolscevica, in cui gli armeni furono usati come merce di scambio, come pedina di trascurabile importanza. È una voce di poeta quella che, lungo fluviali pagine di prosa, si confronta con la fiumana dolorosa della storia. Una voce che racconta la diaspora di un popolo; diaspora interiore, psicologica, esilio dall’appartenenza a una determinazione storica precisa; la cittadinanza degli armeni, dopo i fatti del 1915, fa riferimento al sogno più che alla terra.

L’ossessione degli armeni, cui questo libro da balsamica e duratura consolazione, è quella della memoria. Come presentendo ciò che sarebbe accaduto, gli armeni dell’Anatolia, nei mesi precedenti al genocidio, facevano a gara per farsi immortalare nelle fotografie, quasi consapevoli che nessuna croce piantata in un cimitero o nessuna lapide avrebbe testimoniato il loro avvenire nella storia; annusando già in anticipo l’odore nauseante delle fosse comuni o presentendo il gorgoglio assordante delle acque dell’Eufrate che li avrebbe inghiottiti, sceglievano di “seppellirsi” nelle fotografie: in posa, con tutti i membri della famiglia, coi vestiti buoni, coi grandi nasi e le folte sopracciglia intente a testimoniare uno sforzo “epico” di permanenza nel regno sublimato dell’esistenza: la memoria. “La fotografia diventava la scusa di coloro che, in quel secolo troppo precipitoso, erano partiti senza avere il tempo di congedarsi” (p.157).

La storia degli armeni non è scritta con l’inchiostro dei vincitori, ma con l’alito sottile venato di caffè attraverso il quale il nonno racconta al nipote. La geografia degli armeni non è riportata sulle carte geografiche da appendere nelle aule scolastiche, ma è tracciata dai volti dei potenti stampati sui francobolli di mezzo mondo: la topografia epistolare della dispersione casuale delle genti. La voce del narratore, pur sempre presente in una filigrana equilibratissima che connette abilmente autobiografia e storia collettiva, si annulla e si confonde fra la folla numerosa dei personaggi che abitano le pagine del libro per testimoniare la loro integerrrima non-appartenenza ad alcunchè di preciso, se non alla memoria dei vinti, raccontata a bassa voce, in bilico sul discrimine fra tenerezza, preghiera e rabbia. E quel che colpisce, e toglie d’imbarazzo il recensore, è che il libro sembra contenere già in sé la sua recensione. È lui stesso a darci le coordinate in cui deve ricercarsi l’interpretazione, è lui stesso a descriversi nella sua natura di contenitore letterario.

Il libro dei sussurri, non essendo stato scritto per le corti imperiali, narra soprattutto dei vinti. Vinti che si mostrarono deboli, o che scelsero loro stessi di chiamarsi vinti, poiché quel che volevano conquistare non apparteneva a questo mondo.” (p.443). “Il libro dei sussurri, non è un manuale di storia, ma un libro di stati di coscienza. Per questo diviene traslucido e le sue pagine trasparenti. È vero che nel Libro dei sussurri ci sono molti dati concreti relativi al giorno, all’ora, al luogo. La penna cammina troppo velocemente, ma a volte decide di indugiare per aspettare me e il lettore e allora si profonde in dettagli, forse più del necessario. Ogni parola in più chiarisce, ma proprio per questo toglie qualcosa. Dunque, se cancellassimo dal libro ogni elencazione di anni, ogni calcolo di giorni, il Libro dei sussurri, conserverebbe tutti i suoi significati. Fatti simili a quelli narrati nel libro sono sempre accaduti alle genti di ogni dove.” (p.282). “Anche se è rivolto più che altro al passato, questo non è un libro di storia, dato che i libri di storia in genere sono dedicati ai vincitori; somiglia piuttosto a una raccolta di salmi..” (p.300).

Il racconto delle deportazioni dalla Cilicia, giù verso l’ansa dell’Eufrate, fino a Deir-ez-Zor e alla terra dove ogni memoria è sepolta da sabbia, il deserto mesopotamico, è senza dubbio alcuno uno dei racconti più vivi, tremendi, violenti e dolorosamente disincantati delle violenze aberranti e disumane messe in atto dall’esercito ottomano, precorrendo tecniche di genocidio poi acquisite dai tedeschi contro gli ebrei. Più d’ogni film, documento o libro di storia, queste pagine entrano nel dramma indescrivibile dell’annullamento dell’essere umano; che esso sia vittima o carnefice in quel frangente, non fa molta differenza sotto questo aspetto: seguendo tracciati opposti e rivali, entrambi si allontanano in maniera impronunciabile da quanto può dirsi “uomo”. E la consuguente cecità rabbiosa del progetto “nemesis”, che inseguì sino agli angoli del globo i responsabili dei massacri, per assestare il colpo disperato della vendetta, non è altro che la giusta eco del lamento che in quel deserto si perse, per non avere pareti di montagna su cui sbattere, ne orecchie da ferire.

Un libro prezioso, da leggere, da consigliare. Un libro che, ben oltre la questione armena, sa aspergere una crema salvifica su ogni ferita della Storia, in qualsiasi tempo e luogo, perché, nonstante tutto, la protagonista del libro è la permanenza di una cifra umana, che pur piegandosi ogni giorno sotto i colpi delle violenze e delle ingiustizie, resiste, si nutre di dolore, di memoria e di parola e rinasce, fenice, ogni qualvolta qualcuno si sappia mettere in ascolto.

www.lankelot.eu

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