Harold Bloom, Anatomia dell’influenza

Grandi scrittori sulle spalle di giganti

Un’autobiografia del critico attraverso gli autori amati
e studiati. Ne anticipiamo un brano

 

Anatomia dell’influenza riflette su un ampio ventaglio di rapporti d’influenza. Shakespeare è il fondatore, e inizierò da lui, passando dall’influenza di Marlowe su Shakespeare a quella di Shakespeare sugli scrittori da John Milton a James Joyce. I poeti che scrissero in inglese dopo Milton tendevano a lottare contro di lui, ma ai tardoromantici toccò sempre fare una tregua anche con Shakespeare. In modi assai diversi, Wordsworth, Shelley e Keats dovettero stabilire, nella loro produzione poetica, un rapporto tra Shakespeare e Milton. Come vedremo, il meccanismo di difesa adottato da Milton contro Shakespeare è una rimozione altamente selettiva, mentre quello scelto da Joyce è un’appropriazione totale.

Nei capitoli seguenti non continuerò a tornare su Shakespeare perché io sia un idolatra del Bardo (e lo sono), bensì perché egli è inevitabile per tutti coloro che vengono dopo, in tutte le nazioni del mondo a eccezione della Francia, dove Stendhal e Victor Hugo si opposero al rifiuto neoclassico espresso dal loro Paese verso quella che era considerata una «barbarie» drammatica. Shakespeare è oggi lo scrittore davvero globale, acclamato, rappresentato e letto in Bulgaria e Indonesia, Cina e Giappone, Russia o qualsiasi altro Paese. I suoi drammi sopravvivono alla traduzione, alla parafrasi e al «transmembramento» – un termine che Lee Edelman usa nel titolo del suo saggio critico su Hart Crane -, perché i loro personaggi sono vivi e universalmente rilevanti. Ciò fa di Shakespeare un caso a sé per lo studio dell’influenza: i suoi effetti sono troppo estesi per essere analizzati in modo coerente. Emerson dice che Shakespeare ha composto tutte le melodie per la nostra musica moderna, e le sue parole mi hanno indotto ad affermare – sebbene io sia stato ampiamente frainteso – che Shakespeare ci ha inventati. Saremmo stati qui in ogni caso, è ovvio, ma senza Shakespeare non avremmo visto noi stessi per ciò che siamo.

In questo volume contrappongo spesso la presenza di Shakespeare a quella di Walt Whitman, la risposta della Terra della sera alla vecchia Europa e a Shakespeare. A eccezione del pessimo Edgar Allan Poe, Whitman è l’unico poeta americano a esercitare un’influenza a livello mondiale. Aver generato la poesia di D. H. Lawrence e Pablo Neruda, di Jorge Luis Borges e Vladimir Majakovskij significa essere una figura di rara varietà, assai diversa da quella che si ritrova nelle interpretazioni inadeguate del bardo americano (…).

Poiché Anatomia dell’influenzaè il mio canto del cigno virtuale, desidero riassumere in una sola sede gran parte delle mie conclusioni sull’azione dell’influenza nella letteratura immaginativa, soprattutto negli autori anglofoni, ma anche in alcuni scrittori di altre lingue. A volte, nelle lunghe notti insonni mentre mi riprendo lentamente da acciacchi e malanni vari, mi domando perché io sia sempre stato così ossessionato dai problemi dell’influenza. Dall’età di dieci anni in poi, la mia soggettività si formò grazie alla lettura della poesia e, in un momento che ormai ho dimenticato, cominciai a interrogarmi sulle influenze (…). Molti ritengono che le mie idee sull’influenza letteraria si basino sul complesso freudiano di Edipo, ma, come ho spiegato inutilmente in passato, si tratta di una convinzione sbagliata. Il complesso freudiano di Amleto, o meglio il vostro e il mio complesso di Amleto, riflette molto meglio le mie concezioni. Le lotte più profonde di Amleto sono quelle contro Shakespeare e contro lo spettro, il cui ruolo era interpretato dal drammaturgo. L’agone tra Amleto e il suo creatore è l’argomento di un breve libro che pubblicai nel 2003, «Hamlet: Poem Unlimited» dove mi soffermo sullo scontro inespresso con lo spirito del padre per il premio del nome Amleto. Quando Amleto, tornato dal mare, lotta con Laerte sulla tomba di Ofelia, esclama in tono esultante di essere «Amleto il Danese».

L’atto di privare il precursore del suo nome mentre si conquista il proprio coincide con la ricerca dei poeti poderosi o severi. La trasmutazione di Walter Whitman junior in Walt fu accompagnata dall’ambivalente venerazione del bardo americano per Emerson. (…) I miei studenti mi chiedono spesso perché i grandi scrittori non possano iniziare da zero, senza alcun passato alle spalle. Posso soltanto rispondere loro che non funziona così, perché, nella pratica, ispirazione significa influenza, come accade nel vocabolario di Shakespeare. Essere influenzati significa ricevere un insegnamento, e un giovane scrittore legge per cercare un ammaestramento, proprio come Milton leggeva Shakespeare, o come Crane leggeva Whitman, o Merrill leggeva Yeats. Dopo aver insegnato per più di mezzo secolo, ho capito di essere utile ai miei studenti soprattutto come provocazione, una consapevolezza che si è estesa alla mia attività di scrittore. Questo atteggiamento allontana alcuni lettori appartenenti al mondo dei media e dell’università, ma non sono loro il mio pubblico. Gertrude Stein osserva che si scrive per se stessi e per gli estranei. A mio avviso, ciò significa parlare sia con me stesso (che è quanto la grande poesia ci insegna a fare) sia con i lettori dissidenti di tutto il mondo che, nella solitudine, cercano istintivamente la qualità in letteratura, disdegnando i lemming che divorano J. K. Rowling e Stephen King mentre corrono giù per i dirupi, verso il suicidio intellettuale nell’oceano grigio di Internet.

Harold Bloom

www.corriere.it

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2 Risposte so far »

  1. 1

    pietro said,

    bloom rappresenta la letteratura come passione esistenziale,vibrante,angosciante,l’entusiasmo di un adolescente contro le avversita’ del grigio di internet.

  2. 2

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