Giuseppe Pompameo, Le strane abitudini del caso

LE STRANE ABITUDINI DEL CASO. UNA RACCOLTA “INCANTATA”

“S’era incantata la Città, e nessuno ricordava quando”. Con il racconto “La città incantata” si apre la raccolta “Le strane abitudini del caso” (Scrittura & Scritture, 2011) di Giuseppe Pompameo.
Cinque storie che conducono il lettore al di là del fragile specchio che separa la realtà dalla fantasia, per fargli scoprire un mondo dove l’essere e il non essere appaiono nebulosi, dove ogni destino, ogni incontro e, soprattutto, ogni mancato incontro aprono scenari inaspettati.

Con il talento dell’illusionista, Giuseppe Pompameo gioca sul filo di un’immaginazione venata di malinconia. Così si delineano paesaggi “incantati”, come la città che si ritrova “‘ncantata, bloccata, grippata, inceppata” in un’eterna estate. In questi territori, si muovono personaggi a loro volta “incantati”, perché fatalmente legati a un ricordo, a un’illusione, a un desiderio che li rende individui fuori dal tempo, incapaci di muoversi nella vita e nel mondo; personaggi condannati a sognare ed essere sognati da alter ego altrettanto “incantati”.

Come nel caso di Antonio Cappa, protagonista del primo racconto, che ogni sette anni rinnova l’appuntamento con la sua Teresa, “un singolare incrocio di vite, una storia d’amore ad orologeria, congegno a scadenza fissa, fino ad allora mai ingrippato”. L’attesa vana di Antonio per la sua amata si fonde con quella dell’intera città, che in un 7 di dicembre innaturalmente assolato scruta l’orizzonte col fiato sospeso, cercando traccia della immaginifica “nave dei temporali”.

Ma in questa fiaba anomala, dove il ricorrere ciclico del tempo (cronologico e meteorologico) si è inceppato, non è previsto un finale risolutivo. Lo scioglimento dell’intreccio fiabesco sfugge sotto gli occhi attoniti del lettore, proprio come la nave dei temporali, che lontana, a “luci spente, scorreva come una visione senza tempo, adagiata sullo sfondo di cartapesta della fantasia”. Come Teresa, essa è solo un’immagine intangibile, forse proprio a causa dell’irresolutezza di quanti restano “ad aspettare insieme che con l’arrivo del vento, d’un’altra aria, le cose, fra un po’, potessero cambiare, ma non troppo però”.

Ancora un incontro mancato in Sirena, altra fiaba interrotta, sogno spezzato nel momento in cui il protagonista attraversa la soglia della prigione che lo separava dal mondo reale. L’approdo alla vita da uomo libero gli riserva soltanto una nuova condanna, quella alla solitudine.

In Eravamo sogni, uno scrittore e la sua fedele lettrice intrecciano un intenso rapporto epistolare, dal quale nascerà un sentimento solo in apparenza profondo. Perché quando i due decideranno di incontrarsi dal vivo, l’apparenza delle cose li confonderà, impedirà loro di riconoscersi. La sostanza limpida del loro amore non reggerà il confronto con la superficie opaca, priva d’incanto della realtà. Torneranno ciascuno alla propria vita, vagamente consapevoli di aver perduto qualcosa, o “nel sospetto che qualcosa – ma, poi, cosa? – non avesse funzionato, che si fosse verificato un inspiegabile cortocircuito tra realtà e fantasia”.

Concludono la raccolta Le cose che restano e L’aria del pomeriggio, che confermano le doti affabulatorie dell’autore e le atmosfere trasognate dell’opera. Un piccolo libro pieno di incanto e disincanto, di illusioni meravigliose, meravigliosamente, innocentemente crudeli.

Giuseppe Pompameo vive a Napoli dove svolge attività di editor e di consulente editoriale. Scrive per il teatro e insegna scrittura creativa. Suoi testi saggistici e narrativi sono apparsi sulle riviste letterarie “Quarto Potere” e “L’Isola”. Collabora, altresì, con la Fondazione Premio Napoli. Nel 2010 la sua raccolta di racconti Il rumore bianco dell’inverno è stata segnalata dal Comitato di Lettura della XXIII edizione del Premio letterario “Italo Calvino”.

www.ilrecensore.com

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