In morte di Andrea Zanzotto

È morto stamattina alle 10 e 30 il poeta Andrea Zanzotto. Appena il 10 ottobre scorso aveva festeggiato il suo novantesimo compleanno. Negli ultimi anni spesso è stato candidato al Premio Nobel per la letteratura. Anche quest’anno era nella rosa dei finalisti. Era stato ricoverato, ieri lunedì, nell’ospedale di Conegliano per un malore, ma è spirato dopo una crisi cardiaca. Nell’ultimo anno era stato ricoverato più volte. Era nato a Pieve di Soligo nel 1921. Zanzotto ha partecipato alla Resistenza. Faceva parte di “Giustizia e Libertà”, occupandosi del settore stampa e propaganda. Dopo la guerra, si permise alcuni viaggi: Svizzera, Francia, Spagna, dove rimase per circa sei mesi. Ritornato in Italia, si è dedicato all’insegnamento. Il Presidente della Repubblica, Napolitano, ha inviato un messaggio in cui ha espresso la sua “commossa partecipazione al cordoglio dei famigliari e di quanti lo hanno avuto caro”, Il Presidente ha aggiunto che “la terra veneta e l’Italia perdono un grande figlio, un interprete sensibile dell’esperienza di vita e dei sentimenti del suo popolo, una personalità civilmente impegnata nella difesa del patrimonio culturale e dei valori nazionali della nostra Italia”.

 Zanzotto ha scritto una decina di libri di poesie. Quello che mi piace ricordare di più è Galateo in bosco, del 1978, con cui apre una nuova fase nella sua ricerca, dopo aver esaurito nelle sue prime tre raccolte il tema del paesaggio come territorio sentimentale che non riesce mai ad arrivare a compimento. Il senso dell’incompiutezza, che raccoglie strami dialettali per meglio significare l’indifferenza dell’uomo ai destini umani (vedi La beltà), nel Galateo in bosco si amplia in una visione tragica dell’esistenza, una disperazione assoluta, leopardianamente rivissuta, che il poeta tenta di mitigare in un’infinitesimale speranza di un migliore orizzonte attraverso un recupero prelinguistico. Il linguaggio è la chiave di volta, con sperimentalismi ed estremizzazioni vocali e visuali, per tentare di fissare un limite all’insipienza umana, di risalire dalla fase limbica di un’età mitica ma indefinibile alla maturità di toni e di coraggio per sopportare l’urto irrazionale dell’azione dell’uomo sul territorio, sulla terra, sul paesaggio, quindi su se stesso. Ancora una volta lo sfondo è più importante e vitale di quanto non sia l’uomo con il suo vagabondare senza capire la forza e il senso della geografia originaria che l’ha accolto e l’ha indotto alla conoscenza. 

 Galateo in bosco presenta l’allegoria di un viaggio attraverso la selva del Montello, monte a nord di Treviso. Un territorio cosparso di croci, ossari, cippi funerari, che testimoniano scontri e stragi avvenute durante la prima guerra mondiale. In epoca più recente, rimangono sparsi di qua e di là i resti dei picnic dei turisti dei fine settimana. Ed ecco quindi l’ibrido della memoria e del presente, entrambi segni inequivocabili di una regressione civile che non può non segnare il poeta con l’incredulità del riscatto dell’uomo nei suoi comportamenti. Una sfiducia che solo attraverso un atto di volontà il poeta tenta di guardare a un futuro  più positivo. Il nucleo centrale del Galateo è l’ Ipersonetto: un gruppo di 14 sonetti, tanti quanti sono i versi di un sonetto, più uno introduttivo e uno come postilla, in tutto quindi sedici. In qualche modo qui Zanzotto fa il verso a monsignor Giovanni della Casa, che in quella plaga ora piena di reperti delle inutili battaglie e stragi ha scritto il suo “Galateo”.

Propongo alla lettura il sonetto numero III, dal titolo

 (Sonetto di stragi e di belle maniere)

 Moti e modi così soavemente

ed infinitamente lievi/sadici,

dondolii, fibre e febbri, troppo radi

o fitti per qualunque fede o mente,

 

stasi tra nulla e quasi, imprese lente o

più rapide che ovunque vai s’irradino,

per inciampi stretture varchi guadi

un reticolo già vi stringe argenteo,

 

un codice per cui vento e bufera,

estremo ciel, braciere, cataclisma

cederanno furor per altre regole…

 

Ma quali mai “distinguo”, e in qual maniera,

quali belle maniere, qual sofisma

le stragi vostre aggireranno, prego?

                               Andrea Zanzotto

Da Galateo in bosco (Mondadori, 1978)

www.corriere.it

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