La quarta Virginia: l’arte di recensire

La quarta Virginia: l’arte di recensire

È lei la vera regina della critica del ’900

 

Non so per quale ragione, siamo abituati a considerare Virginia Woolf come autrice di un’opera bella e intensa, ma gracile e breve. Non c’è errore peggiore. Malgrado le angosce, le malattie, le depressioni, i mesi passati in clinica psichiatrica, il tempo dedicato alla mondanità e alla conversazione, la Woolf ha scritto un’opera immensa, che non avremmo torto a paragonare a quelle di Balzac e di Tolstoj.

 Esistono diverse scrittrici che portavano il nome di Virginia Woolf. In primo luogo, l’autrice di lettere (sei enormi volumi), che scriveva con inimmaginabile felicità: «Sono una chiacchierona vera e propria», diceva, «schiamazzo come una cacatoa rosa e gialla». Quale velocità febbrile, quale dedizione ai colori e alle superfici del mondo, e a tutte le persone incontrate, alle quali non poteva mai negare un abbraccio. Corteggiava il mondo, e voleva essere corteggiata dal mondo. Le sue lettere scintillavano, civettavano, figlie dell’eccitazione e del capriccio: disegnavano ritratti, piccole scene, con un dono che ci ricorda quello di Dickens. Svegliava dal sonno le sue parole-colombe, le gettava fuori dalla colombaia, le alzava in stormi nell’aria: inventando feste ariose, decorazioni floreali, accendendo razzi mobilissimi e colorati nel cielo della fantasia. Poi, nascosta dietro le lettere, c’era la scrittrice del Diario (cinque volumi). La voce spumeggiante della conversazione e della corrispondenza si placava: parlava a voce bassa, quasi in silenzio, con se stessa, qualche volta con la sua anima. Non doveva più sedurre nessuno. Il diario era l’assoluto confidente: l’amico col quale poteva aprirsi sempre; sebbene non gli dicesse mai tutto, perché il luogo della assoluta rivelazione era soltanto la letteratura. Le dava rifugio, riposo, calma, certezza: sopratutto fondamento. Senza di esso, si sentiva perduta.

Infine, prima dei romanzi, ci sono i saggi: sei volumi, tremila pagine: Henry James, De Quincey, Conrad, Chaucer, Shakespeare, i greci, Tolstoj, Dostoevskij, Lytton Strachey, Charlotte Brontë, Emily Brontë, Jane Austen, Montaigne, Dickens, George Eliot, E. M. Forster, Christina Rossetti, i prosatori elisabettiani, Thomas Hardy, Mary Wollstonecraft, Coleridge, Madame de Sévigné, Roger Fry, Sara Coleridge; e decine di altri scrittori, che formavano il tappeto della tradizione, che viveva e frusciava alle sue spalle, e senza il quale non avrebbe potuto vivere e scrivere. Da questi sei volumi, Liliana Rampello ha tratto alcune centinaia di pagine, quelle più sostanziali, che formano la raccolta di gran lunga più ampia della Woolf critica che esista in Italia. Il Saggiatore l’ha appena pubblicata col titolo Voltando pagina : nelle traduzioni di Mirella Billi, Adriana Bottini, Daniela Daniele, Masolino d’Amico, Flora de Giovanni, Nadia Fusini, Daniela Guglielmino, Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock.

Durante la sua vita, la Woolf lesse infinitamente. Non leggeva mai al tavolino. Non voleva apprendere, diventare una specialista, una professoressa, un’«autorità in materia», sebbene sapesse tantissime cose, dalle quali noi – suoi eredi – continuiamo ad apprendere. «Il vero lettore – diceva – è giovane nella sua essenza. È una persona di intensa curiosità, piena di idee, aperta e comunicativa, per la quale leggere ha più il carattere di un vigoroso esercizio all’aria aperta, che quello di studiare al chiuso».

Anche se intorno pioveva o nevicava, la Woolf stava mentalmente davanti ai cespugli e agli alberi, sotto un cielo chiaro, appena traversato da qualche nuvola; e, vicino a lei, strisciavano e miagolavano i gatti. Se doveva per forza chiudersi in casa, accostava la poltrona alla finestra, in modo da godere la vista della campagna, e quella linea azzurra tra gli alberi della brughiera che era il Mare del Nord. La luce le cadeva dalle spalle sulla pagina: a tratti, l’ombra del giardiniere che tagliava il prato attraversava il libro aperto; mentre la falciatrice mandava un lieve cigolio che somigliava alla voce dell’estate. Le sembrava che il libro che stava leggendo non fosse stampato, rilegato e cucito, ma un prodotto degli alberi, dei campi e del caldo sole estivo. Spesso, leggere era come andare a spasso, nel tardo pomeriggio, per le strade di Londra primaverile. L’aria era limpida, le strade piene di gente, l’ora quasi serale suscitava una lieve irresponsabilità nello spirito; e lei poteva spogliarsi dall’io conosciuto dagli amici, e diventare parte di un vasto esercito di vagabondi senza nome.

 La Woolf leggeva sempre, senza smettere mai, dal mattino alla sera, a meno che la scrittura l’attraesse nelle sue spire. Alternava libri diversi, l’ Antigone , Dickens, il Macbeth , una biografia, un romanzo moderno: seguiva il filo di ognuno sino in fondo, in modo che era occupata da diverse creazioni che si muovevano insieme, senza mai contaminarsi, nella sua mente. Un libro era una singola nota senza accompagnamento: per avere la melodia completa, ne occorrevano molti altri. Il solo modo per arrivare alla verità era quello di infrangerla in molte schegge, come in altrettanti specchi, e di ritrovare l’universo in ogni frammento di specchio. Tra le sue mani ogni libro perdeva la sua ottusa consistenza d’oggetto, e si scioglieva nell’aria. Le pagine diventavano un velo finissimo tra lei e le persone che attraversavano la strada: irradiavano le cose, e venivano illuminate dalle cose. Leggere non era, per lei, che un modo per guardare più sottilmente, intensamente, dolorosamente dalla finestra: aveva in mano, palpava incuriosita la sostanza volatile dell’esistenza. Il libro era l’occhio che scrutava sino in fondo, l’orecchio che percepiva tutti i rumori, il naso che fiutava i profumi, l’atmosfera misteriosa e invisibile che la avvolgeva da ogni parte.

Leggere, e scrivere attorno a quello che leggeva, le dava un’intensissima felicità, e per qualche ora o per qualche giorno dimenticava le inquietudini e le profondissime angosce e gli abissi e le voragini che minavano la sua vita. La letteratura le portava gioia, sebbene le angosce rinascessero più intense e incancellabili. Provava piacere. Un inesausto piacere: quello stesso che provano i lettori comuni, i common readers , vertiginosamente complicato; piacere della fantasia, dell’immaginazione, dell’intelligenza, della vista, dell’odorato, di tutto il corpo. Aveva l’impressione che fosse un piacere sostanzialmente fisico.

In primo luogo, la Woolf amava la poesia: Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Milton, Keats, Yeats. Era, per lei, la «vetta»: se ci arriviamo anche solo per un istante, godiamo della massima felicità che possiamo provare; dopo aver conosciuto una vorticosa «salita su per le scale dell’emozione». Era il «rischio»: per capire la poesia, dobbiamo raggiungere e superare e violare l’estremo, saltando in aria senza aiuto di parole. Malgrado questa profonda passione, la Woolf non scrisse mai, o quasi mai, di poesia: nemmeno di quella di amati vicini ed amici, come Yeats e Eliot. Forse la sua venerazione la riempiva di terrore, come i greci davanti alle cose sacre; e le imponeva il silenzio.

 Nella sua lunga vita di critica, la Woolf parlò sopratutto di narratori e di romanzi, e di quei narratori camuffati che sono gli scrittori di lettere, come madame Sévigné. Le sembrava che il romanzo fosse il genere più vasto: sempre a braccia aperte, accessibile a tutto; vi regnava la libertà assoluta, e si moltiplicavano i punti di vista, come in un’immagine dell’universo vivente. Il romanzo non rinunciava a niente. Per amore della verità, non poteva evitare il divertimento, la tenerezza e la passione dell’amore, la frivolezza dell’amicizia, la moltitudine delle sensazioni.

 Il romanzo era un genere visivo. Flaubert, Hardy, Conrad, Proust facevano uso dei loro occhi, senza impacciare la penna, e li usavano come mai erano stati usati prima: boschi e brughiere, mari tropicali, paludi, navi, porti, salotti, marine, montagne, vestiti, luci ed ombre. Tutto veniva reso con un’esattezza e una sottigliezza incomparabili. E poi, secondo la Woolf, la letteratura si stava avvicinando a una nuova forma di romanzo: un romanzo totale, cannibalesco; che sarebbe stato insieme poesia, dramma, filosofia, storia, racconto, metafisica, umile prosa e lirica sublime, come era stato il Tristram Shandy di Sterne, e come sarebbero divenuti Al faro e Le onde , che in quegli anni germogliavano inquietamente tra le sue mani.

Nel romanzo, la Woolf cercava l’esistenza. La vita era, in primo luogo, la mente: «La stanza interna della nostra torre», come diceva Montaigne, di cui voltava pagine di libri, inseguendo l’una dopo l’altra le fantasie che si danno la caccia su per il camino: ma era anche la semplice realtà quotidiana, il passato e il presente, l’effimero, l’impercettibile, la sfrenata vitalità, e persino i rifiuti – cose trascurabili, che a volte ritroviamo nelle poche righe di una letterina secentesca. Era la malattia; e il simbolo. Forse la Woolf cercava specialmente due aspetti di questa realtà. Qualche volta, specie se leggeva la Austen o pensava a Vermeer, il momento di vita si riempiva: brillava, risplendeva; pendeva davanti a noi, profondo, tremante, sereno per un attimo; un attimo dopo, questa goccia, in cui si era concentrata tutta la felicità dell’esistenza, soavemente scompariva per disperdersi nella marea dell’esistenza quotidiana. Oppure la Woolf adorava i libri che riproducono il ritmo, la leggerezza, la futilità, lo slancio, la sfacciataggine della conversazione. Talora, come nel caso di Coleridge, l’insaziabile conversazione era molto più importante di qualsiasi libro.

Come amava i romanzi, la Woolf amava un loro equivalente, le biografie. «Non c’è niente di più divertente. Come ognuno sa, il fascino di leggere biografie è irresistibile». Ecco il passato e tutti i suoi abitanti, miracolosamente sigillati come in una cisterna magica: basta guardare e ascoltare, e ascoltare ancora e guardare ancora, e presto le piccole figure di una volta cominciano a muoversi e a parlare; e a misura che si muovono, noi le sistemiamo in ogni sorta di rapporti e di combinazioni, delle quali esse erano completamente inconsapevoli; e a misura che parlano, scopriamo nelle loro parole ogni sorta di significati di cui non si sarebbero mai accorte, poiché credevano, da vive, di dire soltanto ciò che avevano in mente. La Woolf stessa scriveva biografie, o biografie camuffate: Orlando , molti piccoli saggi. Amava rievocare figure minori come Sara Coleridge, che non appartenevano propriamente alla letteratura: spettri, larve, che rievocava, risuscitava, rivificava, introducendole nell’oggi, accanto a noi che immaginiamo di essere vivi.

Virginia Woolf è stata la più grande critica letteraria del ventesimo secolo: molto più grande di Thomas Mann o di Nabokov e, naturalmente, dei critici di professione. Faccio una sola eccezione: i mirabili lampi di Proust su Balzac, Flaubert, Baudelaire, e i suoi pastiches , che sono una forma di critica in atto. Quando un critico di professione legge i meravigliosi saggi della Woolf su Hardy o Conrad o la Austen o De Quincey o Coleridge o Christina Rossetti o madame de Sévigné, gli sembra quasi impossibile che una mente umana abbia percepito un’altra mente, o un libro, con tale precisione; e si vergogna di se stesso e delle sue analisi, convinto che solo gli scrittori sanno parlare di libri. La Woolf è grande soprattutto quando procede per rapidissimi scorci, velocissime e luminosissime visioni. Allora usa volentieri immagini della natura: il rumore di una cascata, o una spiaggia marina, o un villaggio, o il grido di un passerotto ucciso nel bosco, diventano l’equivalente simbolico di un’opera letteraria: equivalente molto più esatto di qualsiasi discorso analitico.

Nessun essere umano, nemmeno un genio supremo, può capire tutta la letteratura: ognuno ha, fatalmente, dei limiti, che lo aiutano, lo soccorrono, gli danno sostanza; Leopardi, che fu uno dei massimi talenti critici nel diciannovesimo secolo in Europa, non capiva l’ Odissea né Ovidio. Non ci meravigliamo se la Woolf non comprendesse Dostoevskij: il quale non fu compreso da quasi nessuno nel suo secolo e nel secolo scorso; gli scrittori condividevano il parere di Henry James, che accusava «la folle mescolanza di Dostoevskij, il suo metodo di buttare le cose alla rinfusa», mentre I dèmoni sono un capolavoro di costruzione sottile ed ironica. Né ci stupiamo che la Woolf denigrasse Dickens, e il suo riso liquido e tenebroso. Ci meravigliamo piuttosto che non abbia amato Stevenson, al quale riserva parole aspre: mentre L’isola del tesoro e Il signore di Ballantrae sono libri luminosissimi, ai quali l’intelligenza umana non riesce a resistere.

Sebbene scrivesse con gioia i suoi testi di critica letteraria, la Woolf non aveva un’alta considerazione del proprio lavoro. La letteratura era, per lei, un’arte molto complessa, ed era improbabile che si potesse riuscire, anche dopo una vita intera dedicata alla lettura, ad aggiungere qualcosa di significativo alla sua comprensione. «La nostra critica – diceva – non è che una visione a volo d’uccello del pinnacolo di un iceberg. Il resto è sott’acqua». E poi scrisse questa stupenda parodia dell’arte della recensione: «I libri vengono recensiti, come una sfilata di animaletti in una baracca di tiro a segno, e il critico ha soltanto un secondo per caricare l’arma, puntare e sparare, e lo si deve per forza perdonare se confonde un coniglio e una tigre, l’aquila con una gallina, o manca completamente il colpo e il piombo va a finire su una tranquilla mucca che pascola in un prato vicino».

I sei volumi di Essays, così amorosamente e precisamente curati dalla Hogarth Press, non appartengono affatto a quella creatura forse inesistente che è la critica letteraria, ma al vastissimo, illimitato regno della letteratura. Come De Quincey, la Woolf era una figura intermittente, che finiva e ricominciava, moriva e rinasceva. Come Henry James, non aveva radici: apparteneva alla tribù degli erranti e degli stranieri; era una visitatrice celeste, che volteggiava incessantemente, e, distaccata, disimpegnata, passava capricciosamente di qua e di là e soltanto dopo lunghi indugi e riflessioni si posava sulla «gaia folla di fiori di una vecchia aiola». Come dice Nadia Fusini, tutto ciò che scriveva obbediva al doppio principio della sistole e della diastole. Avrebbe voluto infilarsi una carta assorbente nel cervello, per riprodurre le cose più oscure e impercettibili che il suo cervello conteneva, e insieme disegnare pure figure – linee, cerchi, sopratutto ondulazioni, aerei labirinti.

Non poteva tollerare che la penna, tra le sue mani, diventasse uno «strumento rigido», che disegnava linee rette. Se vogliamo rievocare l’abbondanza dei suoi maestri secenteschi, voleva essere, contemporaneamente, nitida e cangiante come le ali di una farfalla. Fluttuante, ondeggiante: arguta come un mot che aguzza una conversazione; mobile, combattiva, ironica, autoironica, delicata, sarcastica, tenera, amorosa, impalpabile, quasi invisibile, festosa, brillante, trionfale. Da Thomas Browne imparò il rollio della lunga frase, che estende e ritira le sue spire, accumulando la propria sommità sempre più in alto, e poi vi insinuava la lieve frase del Settecento. Amava sopratutto essere padrona di ogni parola: conoscere il loro peso, il loro colore, il loro suono, il loro movimento, le loro amicizie, in modo che esse suggerissero assai più di quanto esprimevano.

Pietro Citati

www.corriere.it

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