Un secolo nel segno del noir. Giorgio Scerbanenco

Un secolo nel segno del noir. Cento anni fa nasceva Giorgio Scerbanenco

di Francesco Prisco

Uno: un anziano in bicicletta trova una scarpa da donna, al cui interno c’è un piede tranciato che deve appartenere a una ragazza. Due: il cadavere di una giovane donna completamente nuda, massacrata di botte, sullo sfondo un’aula scolastica che sembra quasi essere stata attraversata da un uragano, tra banchi rovesciati, lavagna ricoperta di disegni e scritte oscene, vestiti sparsi ovunque.

Tre: Donatella, ragazza così bella da sembrare svedese ma così debole da sorridere a tutti gli uomini che incontra, è scomparsa, nonostante la «gabbia dorata» che l’anziano padre aveva messo in piedi pur di proteggerla.
Tre inquietanti vicende di cronaca, tre istantanee a tinte fosche di Milano ai tempi del boom economico, tre storie con lo stesso protagonista: Duca Lamberti, medico radiato dall’ordine (per aver praticato l’eutanasia a una paziente) che è passato all’attività di investigatore. Tre romanzi che hanno lo stesso autore: Volodymyr Šerbanenko, alias Giorgio Scerbanenco, forse il più grande autore di genere della nostra letteratura, la cui nascita cadeva il 28 luglio di cento anni fa. Senz’altro il più influente: le tre opere citate – rispettivamente «Venere privata», «I ragazzi del massacro» e «I milanesi ammazzano il sabato» – risultano tra le letture preferite dei vari Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, alias gli alfieri del noir italiano contemporaneo sul cui presunto «strapotere» si è a lungo dibattuto.

Le celebrazioni. Almeno per quest’estate le celebrazioni della ricorrenza si concentreranno a Lignano Sabbiadoro, cittadina in provincia di Udine che fu il «buen ritiro» degli ultimi anni di vita dello scrittore scomparso nel ’69, mentre il successo della sua opera cresceva in modo esponenziale. Si parte mercoledì 10 agosto con una tavola rotonda cui prenderanno parte la figlia Cecilia, Roberto Pirani, curatore delle opere di Scerbanenco per Sellerio Editore, e Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, ossia la casa editrice che detiene i diritti della gran parte del suo catalogo. A seguire, sarà inaugurata una saletta che custodisce volumi, autografi e memorie del romanziere. Il 17 e il 23 agosto saranno rispettivamente Giuseppe Pederiali e Bruno Morchio, entrambi scrittori in qualche modo «eredi» della tradizione del Maestro, a ricordarne l’opera. Il prosieguo delle celebrazioni ancora top secret dovrebbe tenersi a settembre a Milano e, stando a indiscrezioni, coinvolgerebbe in maniera diretta la stessa Garzanti. Di sicuro, a dicembre, ce ne sarà uno strascico a Courmayeur, dove nell’ambito dei «Noir Fest» viene ogni anno assegnato al migliore giallo italiano il premio che porta il suo nome.

Il successo. Come si spiega il successo di questo aristocratico signore d’ottime letture, nelle cui vene scorreva un misto di sangue ucraino e italiano? Certo è che in vita fu quanto mai lontano da qualsiasi forma di divismo o posa da intellettuale «engage»: scrisse (e tanto) in silenzio, frequentando tutte le rubriche del giornalismo e i generi della narrativa di consumo. Diventa famoso nel ’66, tre anni prima di andarsene, quando si aggiudica il Premio Simenon, e neanche se ne compiace troppo. Ha un merito: spazza via dalla nostra produzione giallistica tutti i cliche che i bestseller americani avevano imposto, traccia una via italiana al noir. Ma saranno i critici, qualche decennio dopo, ad accorgersene.

Sullo schermo. Poi ci si mette il cinema: proprio del ‘69 è «I ragazzi del massacro» film diretto da Fernando Di Leo che si inseriva alla perfezione nel nascente genere del «poliziottesco all’italiana». La sua vastissima produzione sarà ampia materia di ispirazione per altre cinque pellicole (la più famosa delle quali è la versione di «Milano calibro 9» firmata sempre da Di Leo) e due miniserie televisive («Centodelitti» e «La ragazza dell’addio»). Ma sarebbe troppo ricondurne il successo a quello dei film tratti dalle sue opere. Mettiamola così: Scerbanenco, come nessun altro prima di lui, ha saputo raccontare il «lato oscuro» degli anni Sessanta, l’istinto omicida che pure si nascondeva dietro il sogno di benessere diffuso di un’epoca per troppo tempo illustrata come fosse una cartolina oleografica. Il tutto nel cuore produttivo dell’Italia. Già: sarà anche vero che lavorano mattina e sera per cinque giorni a settimana, ma i milanesi ammazzano il sabato.

www.ilsole24ore.com

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