David Foster Wallace, The Pale King

“THE PALE KING”, IL ROMANZO POSTUMO DI DAVID FOSTER WALLACE

Esce in questi giorni in Inghilterra e Stati Uniti The Pale King, il romanzo postumo di David Foster Wallace (1962- 2008), proprio mentre in Italia infuria il dibattito su Libertà di Jonathan Franzen.

Wallace era un carissimo amico di Franzen: dopo la sua intempestiva scomparsa, Franzen si è sbloccato e ha potuto scrivere Libertà quasi d’un fiato. Grandi figure della letteratura, hanno entrambi agguerriti sostenitori (talvolta riuniti in opposte fazioni), e si contrappongono ideologicamente e artisticamente in maniera interessante: Franzen era quello che voleva fare il romanzo popolare intelligente, Wallace quello che credeva che la sperimentazione avesse una componente spirituale ed emotiva che doveva vincere sulla cerebralità. I due obiettivi, nobili, peraltro non ontologicamente opposti (si tratta di due modi per provare a coniugare ragione e sentimento, alto e basso), hanno dato luogo a grandi sforzi e grandi quanto diversi risultati.

 
 

Wallace e Franzen hanno scritto tre dei romanzi fondamentali della letteratura americana recente, nonostante Infinite Jest (Wallace) non sia davvero considerato lettura obbligatoria al pari di Pastorale Americana (Roth) e Underworld (De Lillo), (forse perché ha poco “l’aria da classico”, parlando di tennisti adolescenti e terroristi canadesi in sedia a rotelle), e nonostante gli altri due, Le correzioni e Libertà, siano liquidati come buona fiction derivativa da chi ritiene che un capolavoro non possa mai venir annunciato, ma si debba imporre lentamente modificando le categorie dei lettori.

Wallace si è tolto la vita nel settembre del 2008 per lo stato di prostrazione cui l’aveva ridotto l’incompatibilità fisica con gli antidepressivi che era costretto ad assumere. Stava scrivendo un lungo romanzo, di cui erano usciti una manciata di estratti su rivista.

In The Pale King, Wallace si era prefisso l’ambizioso obiettivo di affrontare gli aspetti spirituali, mistici, metafisici, emotivi del lavoro più noioso del mondo: quello degli impiegati del fisco. Da sempre DFW era alla ricerca di strutture aperte dove il tema portante fosse così forte da creare un mondo assorbente, ipnotico: si vedano le interviste seriali di Brevi interviste con uomini schifosi, la scuola di tennis di Infinite Jest. Con questo nuovo romanzo, la capacità ipnotica non è solo una tecnica, ma è il tema stesso del libro: l’assorbimento totale in azioni mentali ripetitive è la realtà quotidiana degli agenti del fisco, che passano la vita sui moduli delle tasse. Ambientato negli anni Ottanta di Reagan, il romanzo rende definitiva la nomina di Wallace a Borges della sua generazione: un Borges al neon dove al posto del Don Chisciotte e di Giuda abbiamo i pannelli in finto legno delle station wagon, i presentatori televisivi, i manuali di diritto; e al posto di grandi biblioteche immaginarie troviamo istituzioni americane come appunto il temibile IRS o le terapie di gruppo. Come già in Borges, si deve imparare a perdersi nei luoghi del libro come in un romanzo fantasy per adulti.

Col fisco Wallace sembra aver trovato il suo tema definitivo. La sua prosa richiede quel tipo di concentrazione del lettore per cui il tempo possa dilatarsi e la lettura trasformarsi in una sorta di preghiera-accettazione del maggior numero di particolari del mondo. Qui questo metodo si riflette anche nel tema. The Pale King lo si legge soltanto rinunciando al tempo, affrontandolo come una cartella esattoriale, come uno di quei compiti noiosi che ci fanno andare in trance – tagliarsi le unghie, ordinare la corrispondenza. Dalla noia manifesta di quell’ufficio dove si registra, in cifre immateriali, l’azione dell’uomo occidentale, organizzata fra il profitto e il consumo e le ansie spirituali, Wallace pare pronto a passare pazientemente in rassegna tutto ciò che sa del mondo (che poi è ciò che sa dell’America suburbana e rurale pesantemente corporate ma anche religiosa), e farlo in modo apertissimo: parlando di scienza politica e di fantasmi, di crisi mistiche e psicanalisi, di levitazione e capitalismo…

The Pale King non è completo, ma le 540 pagine che abbiamo sono a un buono stadio di lavorazione. Il libro, a patto di amare Wallace, è leggibile e per niente debole. Specialmente nelle prime 250 pagine, che l’autore riteneva già spedibili all’editore Little, Brown per ottenere un anticipo, la scrittura tiene, le immagini sono forti, e mette molta curiosità. D’altra parte fra un capitolo e l’altro si trovano le tipiche discontinuità di Wallace, che alternava sempre zone del testo di aperta sfida linguistica (finte interviste fiume, dialoghi filosofici, pezzi in gergo specialistico ai limiti del comprensibile), a zone di meno impegnativo “realismo” narrativo, a zone metanarrative incentrate sulla figura di “David F. Wallace” impiegato del fisco. Arrivati a metà del volume, con tanti elementi ancora appena abbozzati, si comincia a capire che si sta solo intravedendo il piede di una statua gigantesca, di un vero e proprio monumento alla noia che avrebbe richiesto migliaia di pagine per rendere l’idea.

Visto che di recente un altro grande americano ha ricevuto il trattamento postumo dove non ce n’era bisogno (Nabokov, L’originale di Laura), lo dico esplicitamente: The Pale King mi piace moltissimo, ha saziato la voglia che avevo di leggere cose nuove di Wallace, quindi non me la sento di parlare di “operazione”. La prosa regge, e oltretutto, per tornare a Borges, il fatto che sia incompiuto non vale quanto se, per capirci, fosse rimasto incompiuto Libertà: anche Infinite Jest pareva un romanzo incompiuto, tanto era elusiva la sua struttura. Così The Pale King sembra solo un nuovo strano romanzo di Wallace, un nuovo scherzo con la forma-romanzo.

www.ilsole24ore.com

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