Il corpo dello scrittore

Il corpo dello scrittore: se il carisma dell’autore mette in ombra l’opera

Dall’invenzione romantica dell’artista-genio molti critici hanno detto che conta soltanto il testo. Eppure mai come oggi il volto di chi scrive pesa su ciò che crea

Dall’invenzione romantica dell’artista-genio molti critici hanno detto che conta soltanto il testo. Eppure mai come oggi il volto di chi scrive pesa su ciò che crea

Provate un po’ a immaginare cosa succederebbe se uno studioso fuori di testa riuscisse a dimostrare che La breve e felice vita di Francis Macomber non fu scritto da Hemingway.

Il famoso racconto, infatti, è da addebitare alla mano di un certo Sheldon Peppiard, ingegnere del Mid West oltre che irredimibile nerd: occhialoni, apparecchio per i denti, brufoli, spalle recline coperte da una generosa nevicata di forfora. Non solo quel racconto, ma anche gli altri quarantotto. Di più: persino i romanzi. Fiesta, Addio alle armi, Il vecchio e il mare… Il caro Ernest si è limitato a donare viso corpo e generalità a quella virilissima opera. E ha avuto il buongusto di togliersi la vita al momento giusto: quando il buon Sheldon, trasformato in un vegetale da un ictus, non ha potuto più fornire la materia prima a una così fascinosa controfigura.

Pensate, dopo una scoperta del genere, quale straniante e fastidiosa esperienza sarebbe leggere Hemingway. Dover rinunciare, durante la lettura, a quella presenza gagliarda degna di Orson Wells. Privarsi delle rughe all’angolo degli occhi, dello sguardo sterminatore, di una barba stupenda, per non dire della pancia scolpita da ettolitri di rum… Allora sì che l’inconfondibile giro di frasi, e tutti quei tori e quei rinoceronti massacrati non avrebbero più alcun senso.

Insomma, in quanto a carisma, è davvero conturbante il contributo che un autore può offrire ai suoi libri! Non a caso si tratta di uno dei temi più dibattuti tra gli scrittori, almeno da che la letteratura, un paio di secoli fa, in età romantica, ha iniziato a celebrare il genio malinconico dell’artista, facendo in modo che il tizio in questione avesse occhi profondi e ciglia voluttuose.

Sebbene la faccenda possa apparire un tantino trita, per chi fa il mio mestiere essa è all’ordine del giorno. Recentemente, discutendone con il mio editore, abbiamo convenuto sul fatto che sempre più, in un futuro prossimo, il suo lavoro consisterà nel garantire allo scrittore un aspetto affidabile e adeguato ai suoi libri.

Immaginate se Roberto Saviano (il più famoso scrittore della mia generazione, oltre che un caro amico) si presentasse in tv abbronzato, con un gessato grigio, scarpe Alden e una cravatta di Marinella. Be’, temo che in un solo istante persino Gomorra perderebbe ogni autorevolezza presso un ampio spicchio di pubblico. L’opera di Saviano, come di recente ha affermato Walter Siti, intervistato da «la Repubblica», è consustanziale al suo aspetto di Cristo pasoliniano. Nella medesima intervista Siti (altro caro amico) si soffermava sul mio contegno e sul mio antiquato modo di vestire, capaci di convincere la signora bene di avere a che fare con un vero scrittore, un tipo saggio e all’antica.

Temo che Siti abbia ragione: sia su Saviano sia su di me. E Dio solo sa quanto mi sbarazzerei di tutto questo (darei fuoco al mio guardaroba e anche a quello di Saviano). Dio solo sa quanto questa pubblica percezione della mia persona sia parodistica e artificiosa. Ma è una cosa con cui devo convivere. Potevo pensarci prima e in fondo poteva andarmi peggio.

L’AUTORE E’ RESUSCITATO?
Hanno fatto di tutto per accopparlo. Ma niente, mica ci sono riusciti. L’Autore non ha mai goduto di tanta salute. Mai la sua presenza ingombrante aveva contribuito in maniera così decisiva all’emozione estetica. Il che è talmente vero che tale sbornia ha coinvolto anche i classici. Pensate che casino se venisse fuori che Balzac aveva conti in Svizzera con i quali avrebbe potuto appianare i debiti. Che Kafka in realtà era un cristone biondo dal forte appetito e la prorompente virilità. Che Borges aveva la vista di una lince. Che quel donnaiolo di Proust era orfano di madre sin dalla nascita. Che Mishima era coreano e Miller impotente. Che Singer era un fervente musulmano, e che no, Virginia Woolf non si è suicidata: è stata fatta fuori dal marito esasperato (povero Leopold)… Pensate alla luce fosca gettata da simili rivelazioni sull’opera di questi ciclopi.

Ammettiamolo: oggigiorno il carisma di uno scrittore conta assai più del suo stile. Così come i jeans o le scarpe che indossa influenzano la recezione dei suoi romanzi non meno del titolo, del prezzo o della copertina. Il grande sogno formalista – quello che celebrava con una certa enfasi e una bella ingenuità l’autonomia del testo – è clamorosamente naufragato. Sembra passato un millennio da quando William Gaddis, a metà degli anni Cinquanta, poteva verosimilmente lamentarsi: «Che cosa vogliono dall’uomo che non abbiano già ottenuto dall’opera? Cosa si aspettano? Cosa rimane quando l’opera è terminata, che cos’è un artista se non le briciole del proprio lavoro, il disastro umano che segue le tracce di ciò che ha compiuto?». Per la cronaca, Gaddis apparteneva alla confraternita molto americana degli scrittori-eremiti (Salinger, Pynchon, McCarthy) disdegnosi di ogni contatto con il pubblico.

Il guaio è che non è mica detto che – per lo scrittore che voglia sparire – l’eremitaggio sia l’opzione più ragionevole. Gli effetti collaterali prodotti dall’isolamento possono essere paradossali. Sulla lunga distanza un’altezzosa inavvicinabilità e una nevrotica discrezione possono rivelarsi, per il pubblico almeno, irresistibilmente sexy.

Vedete? Non se ne esce: è sempre l’Autore a trionfare.
E dire che, alla fine degli anni Sessanta, due cervelloni come Barthes e Foucault avevano provato a metterci in guardia. Il primo, in un famoso articolo provocatoriamente intitolato La morte dell’Autore, arrivava a sostenere che gli scrittori non esistono: esiste solo la pagina scritta, ovvero «il bianco e nero che pian piano perde la sua identità, a cominciare da quella stessa del corpo che scrive». Il secondo, spingendosi oltre, affermava che allo scrittore «spetta il ruolo del morto nel gioco della scrittura». Tutto sommato non si trattava di punti di vista così originali: quasi un secolo prima Mallarmé aveva sentito l’esigenza di spiegare a se stesso e al mondo che: «l’opera pura implica la sparizione elocutoria del poeta».

Perdita d’identità, sparizione, disastro, morte…
Come non essere d’accordo con Mallarmé, con Gaddis, con Barthes, con Foucault, con tutti gli altri? Come non schierarsi dalla parte della contegnosa autosufficienza dell’opera d’arte? In fondo se c’è una cosa che accomuna i capolavori della letteratura universale è la scarsità (se non addirittura la totale mancanza) di affidabili informazioni relative alla biografia dei loro creatori. I poemi omerici, la Bibbia, il Corano, il De Rerum Natura, La Divina Commedia, Don Chisciotte, il teatro shakespeariano: non sappiamo quasi niente dei tizi che li hanno materialmente concepiti. Di alcuni arriviamo a mettere in discussione la reale esistenza storica. Ma guarda caso, tutto ciò non fa che rendere le loro opere ancor più solenni e necessarie.

UN ALTRO PUNTO DI VISTA
E tuttavia c’è qualcosa di puritano nel mio discorso. Mi sento come quei «mandarini» musoni sempre lì a biasimare il mondo in cui viviamo: denunciando con il tono di chi ha scoperto l’acqua calda – e con un lessico da sociologo di talk show – i dissesti prodotti dalla «civiltà dell’immagine», dalla massificazione culturale, dal marketing editoriale, dal regime dei Bestseller e bla… bla… bla… Certo, è innegabile che qualsiasi editor di buonsenso, a parità di qualità, preferisca pubblicare il libro di una splendida teenager che quello di un professore di liceo in pensione. Perché tale editor non dovrebbe tenere conto della prelibatezza conferita a un libro dall’avvenenza di chi lo ha scritto?

Forse, invece di stare lì a indignarsi, bisognerebbe chiedersi se dietro tale iniquità ci sia qualcosa di proficuo per il lettore. Ed è qui che nascono i problemi.
Ha senso, in nome di una specie di verginità nella lettura, rinunciare all’Autore e al suo cosiddetto physique du rôle? Smettere di occuparsi di lui? Cancellare il suo nome dalla copertina del libro con un pennarello rosso? È vero che l’Autore è solo un intralcio? Che le sue idee, il suo tenore di vita, la sua faccia, la sua provenienza sociale, il suo modo di vestire e di parlare, i suoi gusti sessuali, le sue idee politiche non contano? È vero che l’Autore può solo ingannarti?

Temo di no. Soprattutto nei casi in cui tra Autore e opera esiste un rapporto simbiotico.
Sentite un po’ come Baudelaire ci presenta Balzac: «Era proprio lui, la più forte testa commerciale e letteraria del diciannovesimo secolo; lui il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere; era certo lui, l’uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche (…); il grande inseguitore di sogni, senza sosta alla ricerca dell’assoluto, lui, il personaggio più curioso, il più strampalato, il più vanitoso e interessante dei personaggi della Commedia umana».

Trovo questo ritratto talmente forte e commovente! Mi fa pensare a Balzac, è vero.Ma anche a Baudelaire che scrive di Balzac. Mi dice del rapporto tra i due, ma anche del rapporto di entrambi con me che leggo. Eppoi Baudelaire abbozza un personaggio-Balzac così persuasivo. Ci fa sentire la vertiginosa promiscuità che Balzac intratteneva con i suoi personaggi. Annulla il prisma smerigliato che divide la realtà dall’immaginazione. E allora mi chiedo: perché dovrei rinunciare a tutto questo? Perché dovrei rinunciare ai baffi di Balzac, al suo grande stomaco, alla sua vanità, ai suoi debiti, alla sua lotta per sopravvivere? No, non voglio rinunciarci. Mentre leggo Papà Goriot non voglio dimenticare neppure per un momento la grassoccia mano che l’ha scritto.

CONTROINDICAZIONI
Capita a tutti ogni tanto di ciondolare per i corridoi di qualche gigantesco museo. Ecco che, al colmo della noia, sei conquistato da un ritratto. Ti avvicini, lo guardi, tenti di capire di chi possa essere. Poi dai una sbirciatina alla scheda informativa. Poniamo che tu scopra che il quadro che hai contemplato con ammirazione per un paio di minuti appartiene a un allievo di Taddeo Zuccari. Che sconforto! Improvvisamente il ritratto ti appare trascurabile e i minuti che gli hai dedicato tempo sprecato. D’altronde può accadere anche il contrario. Che t’imbatta in un dipinto insignificante e, solo dopo aver scoperto che è di Rubens, il manufatto che fino a un secondo prima ti era sembrato opaco prenda letteralmente fuoco.

Il potere dei nomi è fatale e terrificante (chiedetelo a Proust). Nessuno di noi è esente dall’influsso di radicati pregiudizi. Mi capita spesso di ricevere libri di autori che disprezzo, e di non concedere loro neppure il beneficio del dubbio. Solo ragionando su come abbia maturato un pregiudizio così severo ricordo che si tratta di uno scrittore che non ho mai letto. Uno scrittore di cui un paio di amici a suo tempo mi parlarono male. Un tizio che va snobbato e basta. Per non parlare dell’indulgenza che concediamo ai libri brutti di scrittori amati. Gli ultimi due di Philip Roth, ad esempio, L’umiliazione e Nemesi, sono imperdonabili: non solo a Roth, ma a qualsiasi scrittore. Sciatti, improbabili, a tratti persino ridicoli. Eppure intorno a me vedo solo lettori entusiasti. Che si sdilinquiscono, che si indignano per il mancato premio Nobel (che noia certe battaglie). Allora mi dico che tanta indulgenza Roth se l’è meritata sul campo. Che Roth è Roth e questo deve bastarmi. Che la cultura di un individuo non è che la somma dei suoi pregiudizi. Il che è vero, ma così triste…

Ma ecco che proprio allora, quando sto per perdermi d’animo, è ancora Baudelaire a venirmi in soccorso: «L’aspetto fisico degli artisti ha sempre eccitato una ben legittima curiosità». E allora mi dico che forse sì, è venuta l’ora di rinnovare il guardaroba, o forse no, meglio sparire dalla circolazione, togliersi di mezzo.

Alessandro Piperno
www.corriere.it

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