Erri De Luca, E disse

Il Mosè di Erri De Luca che condivise
con Dio la solitudine del deserto

 
 

Mosè ha guidato il suo popolo fuori dall’Egitto e ora è solo in cima al monte Sinai pronto a ricevere le tavole. Su questo tracciato del racconto biblico, De Luca racconta (e interpreta) un episodio centrale della storia ebraica, ma soprattutto un passaggio sublime nella vicenda umana. Prima di tutto c’è l’ascesa in un crescendo musicale. Va su «leggero», il corpo risponde «teso e schietto all’invito degli appigli» nella roccia, il fiato se ne sta compresso nei polmoni e stacca «sillabe di soffio seguendo il ritmo di una musica in testa», mentre il vento arruffa i capelli e sgombera i pensieri. Sale nella nebbia, «dentro una nuvola» con la felicità di «guadagnarsi il sole passo a passo». E quando giunge in cima ha la sensazione, più che di un «traguardo», di uno «sbarramento»: cioè di un «bordo», dove finisce il mondo e comincia il tempo.

C’è un senso di vertigine sublime non nel guardare verso il basso da dove si è partiti, ma nello stare dentro a quell’immensità che non appartiene all’uomo: è una sorta di «solitudine spaziosa» in cui sarebbe bello perdersi. Cade ogni memoria: si azzera il ricordo delle cose che si sono lasciate giù. Eppure è obbligo dell’uomo ricordare: perché «senza memoria un uomo è precipizio». Alla donna è assegnato il compito di riprodurre «il mondo con un grembo», all’uomo «spetta ricordare» e dunque tramandare. Se è «grandiosa» la spinta «a scalare le montagne», a «cavalcare altezze», l’impresa più ardua è nello stare «all’altezza della terra» per vivere il «compito assegnato di abitarla», per fare compagnia alla «solitudine» della divinità. Dire che la divinità è «una» non «è atto di fede ma di condivisione della sua solitudine»: «va detto con affetto e con sostegno». Mosè è dunque arrivato. Non per avere il «vuoto intorno e sotto i piedi», ma «per abitare il deserto della divinità»: l’aria sulla sua testa è «oceano irrespirabile». Sta «lassù» non per paragonare «terra e cielo», ma per rimanere «in mezzo, sul confine», per ascoltare e poi ricordare. «L’ascolto è una cisterna in cui si versa acqua di cielo, di parole scandite a gocce di sillabe. «L’ascolto è un pozzo che le serba intere, da lì se ne può attingere ogni volta che ne manchi una. E a forza di estrazione la provvista non diminuisce, resta uguale”.

Si fa aspra la parola di De Luca, si attorciglia quasi in un’ansia di precisione, quasi si scolpisse in pietra. Così appaiono scolpite le parole che Mosè riceve non come leggi ma come indicazione di comportamenti. È questo il momento in cui De Luca si distacca dall’interpretazione del testo biblico divulgato, per ribaltare spesso in leggerezza luoghi comuni. Nell’Eden splende Eva, creatura perfetta che non si macchia affatto del peccato della conoscenza, ma toglie invece il «torto dell’ignoranza» oltre a portar con sé la gioia splendida dell’amore nel mondo. Le tavole prescrivono di non rubare. «L’amore esige la giustizia in terra, infiamma gli umiliati»: l’uomo non dovrà dunque rubare «la loro porzione d’uguaglianza».

Giorgio De Rienzo

www.corriere.it

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