Bruce Chatwin, Under the sun

Le storie allargate di Bruce Chatwin

di Massimo Morello

«Che ci faccio qui ?». Quante volte si ripete e si sente ripetere questa domanda, citando titolo e incipit dell’ultimo libro di Bruce Chatwin. Accade quasi sempre a sproposito. Per il gusto della citazione, per iniziare il racconto di un viaggio o sentirsi un vero viaggiatore nel momento in cui ci si trova in un altrove più o meno esotico. In realtà Chatwin si fa quella domanda in un letto d’ospedale, quando già sta morendo di Aids. “Che ci faccio qui ?” è il suo testamento culturale, una raccolta di saggi, articoli e racconti di viaggi che definisce la sua narrazione e il suo mondo, un ibrido di stili, modi di vivere, gusti, culture.
Tutto ciò si ritrova in “Under the Sun. The Letters of Bruce Chatwin” (Jonathan Cape, Londra in uscita in Italia da Adelphi nel 2012). E’ la raccolta delle lettere di Bruce Chatwin, curata dalla moglie Elizabeth e dal giornalista-scrittore Nicholas Shakespeare. E’ l’autobiografia di un uomo che disse di odiare le confessioni e spesso modificava la realtà a suo piacere, l’adattava a un’idea. Lo dimostra il titolo stesso di questo libro, “Under the Sun”, sotto il sole. Come racconta il suo editore Tom Maschler, era un titolo che a Chatwin piaceva, anche se non aveva ancora scritto il libro cui darlo.
Il libro cui è toccato in sorte il titolo è bello. E’, a tutti gli effetti, un libro di Chatwin, quello che avrebbe intitolato così. Si scopre qui che i suoi libri non sono molto diversi dalle lettere. Anche se, come annota Shakespeare, “la corrispondenza di Chatwin rivela molto più su di lui di quanto lui fosse preparato a raccontare nei suoi libri”.
E’ un libro di Chatwin perché è caotico. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger nel “Times Literary Supplement”: Chatwin è “un narratore che va ben oltre i limiti convenzionali della fiction assimilando nei suoi racconti elementi di reportage, autobiografia, etnologia, saggio, gossip…Non inventava storie, le connetteva, le allargava, le coloriva…Non dice una mezza verità, ma una verità e mezza”. Secondo il critico Thomas Mallon, Chatwin “ha trasformato il racconto esotico, la narrazione di viaggio. Pur con la sua attenzione ai più vasti temi, il suo modo di rappresentarli era frammentare un grande scenario in schegge luminose, raccontare la storia attraverso reliquie umane viventi, persone che sembravano attendere lui con i loro racconti”.

In una delle lettere Chatwin definisce questa forma letteraria come “Wonder Voyage”, il “viaggio meraviglia”. Si riferisce a “In Patagonia”, ma possiamo adattarla a tutti gli altri libri: “Il narratore va in una terra lontana in cerca di uno strano animale. Sul suo cammino s’imbatte in strane situazioni, gente o altri libri gli raccontano strane storie che si sommano per formare un messaggio”. Ecco perché il suo “messaggio” a volte appare vago. Soprattutto se è letto come fosse una guida. Paul Theroux, forse l’unico, vero scrittore di viaggi contemporaneo, amico di Chatwin, ricorda che una volta gli suggerì di dare maggiori informazioni, di essere più “clear”, più chiaro, nel senso di preciso, nella sua narrazione. “Non credo nell’essere chiaro” gli rispose Chatwin. Una frase dove anche il significato di clear appare ambiguo: intendeva dire preciso, innocente, onesto, puro?
La precisione, probabilmente, era un limite per Chatwin: il racconto non poteva assoggettarsi al limite di un percorso o di una storia. Dalle sue lettere si comprende che non era solo uno storyteller, un narratore. Era innanzitutto uno storycatcher, un cercatore di storie. La sua vita è segnata da questa ricerca, tanto che è divenuta essa stessa una trama. Nelle lettere, appare come una vocazione. Vorrebbe vivere ovunque vada, subisce il fascino di ogni luogo. Afferma di continuo la compulsione al viaggio. “Perché divento irrequieto dopo un mese in un unico posto, insopportabile dopo due?”. “La mia condizione abituale: la strada”. “Il cambiamento è la sola cosa per cui valga la pena vivere”. La sua stessa malattia la presenta come un fatto esotico. Nelle lettere agli amici dice che potrebbe essere provocata da un fungo inalato nelle caverne popolate di pipistrelli dello Yunnan. Racconta che un indovino gli avrebbe predetto una grave malattia alla soglia della mezza età. Erano modi non solo di esorcizzare il male – Chatwin è ricordato come un terribile ipocondriaco – ma soprattutto di non essere l’ennesimo caso di una nuova sindrome.
Secondo alcuni amici il suo era “un modo di sfuggire a se stesso”, di “risolvere il suo più grande problema: dove essere”. Per alcuni la sua omosessualità (bisessualità, per la precisione) era l’equivalente psicologico dell’essere “altrove”. La definizione più ricordata è di “una bussola senza l’ago”. Giudizi influenzati dalla difficoltà di comprendere chi vive in un’altra dimensione. Come ha scritto Paul Theroux all’uscita del libro, Chatwin era sempre se stesso, “originale in tutte le sue cose, nel comportarsi secondo la sua convinzione che la vita è altrove”. L’altrove non è indicato da un punto cardinale.
Le lettere di Chatwin sono la mappa di quell’altrove. Descrivono luoghi, modi e culture del viaggio. Un mondo molto meno piatto e più attraversabile di quello attuale, pur con maggiori disagi, molta più lentezza. Scopriamo gli ultimi anni del Gran Tour nella tradizione dei viaggiatori inglesi, tra Italia, Francia e Grecia. L’Europa della Guerra Fredda, tra vicende che sembrano tratte da una spy story di John Le Carré o Graham Greene, in una Vienna da “Terzo Uomo”, o nella Praga del 1967, alla vigilia della sua primavera. Dove Chatwin, senza vezzo o ipocrisia, annota la degustazione di un Borgogna anteguerra. E’ un mondo, quello che Chatwin attraversa, dove s’incontrano i raffinati ricercatori dell’Ismeo, l’Istituto per il medio ed estremo oriente, cui si devono le prime grandi scoperte archeologiche in Asia Centrale. Ci si scontra con i Mastini della Guerra, i mercenari che nel mezzo del secolo scorso furono le pedine della politica africana. Si battono le acque della Sardegna con gli ultimi corallari di Torre del Greco. Si visita l’America della guerra in Vietnam e la San Francisco della Beat Culture in una noiosa serata letteraria. Si segue il tracciato dell’hippie trail, il viaggio che portava dall’Europa all’Estremo Oriente via Istanbul, Goa e Kathmandu. Anche se Chatwin liquida i figli dei fiori anni ‘60 come vagabondi. “Sono stufo marcio della happy hippie hashish culture” scrive. Per lui, iniziato al viaggio come esperto d’arte di Sotheby, viaggiare non significava lasciarsi andare. Anzi: nelle sue lettere si ritrova il compiacimento degli incontri con la “bella gente”, che fosse Graham Greene, Susan Sontag, Nöel Coward, il giovane Salman Rushdie o Jackie O. Tanto più che molti possedevano un cottage, una villa, un castello in qualche parte del mondo. Le scene di mondanità, di Dolce Vita, di dinner party (con trascrizione di menù), tuttavia, non sono fini a se stesse, autocompiaciute. Pur deliziandolo, per Chatwin sono punti di passaggio in qualche percorso. Gli consentono di cogliere gli albori della nouvelle cuisine, dibattere di letteratura, architettura, arte primitiva, passando da Simone Martini ad Alvar Aalto, dai dettagli di uno scudo Maori comprato e venduto, alla critica del grattacielo della Hong Kong and Shanghai Banking Corporation disegnato da Norman Foster in contrasto con i geomanti del Feng Shui.
Nelle lettere di Chatwin si naviga a vista in un arcipelago di luoghi, storie e personaggi, perdendosi in un orizzonte apparente celato da contaminazioni, connessioni, coincidenze che a loro volta ne innescano altre (sconcertanti per chi, casualmente, abbia incrociato i propri percorsi con quelli di Chatwin). La vita di Chatwin fa venire in mente l’intreccio de “Il narratore Ambulante” di Mario Vargas Llosa, Nobel per letteratura nel 2010, e nelle lettere troviamo l’incontro con Vargas Llosa (e Borges, nella stessa occasione), quando scoprono d’aver visitato nello stesso mese lo stesso villaggio brasiliano, teatro di quel narratore.
“Se mai siamo dei viaggiatori, siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro” scrisse in “Ritorno in Patagonia”, che raccoglie la conferenza tenuta a due voci con Paul Theroux (autore di “Old Patagonian Express”) alla Royal Geographical Society. Lui e Theroux sono divenuti tracce a loro volta.
Chatwin ottenne il successo con “In Patagonia”. Dopo l’uscita de “Le vie dei canti” e “Che ci faccio qui?”, dopo la morte, complice l’aspetto che l’ha fatto paragonare a Lawrence d’Arabia, fu trasformato in icona. Pur con qualche caduta di fama (nell’introduzione, Shakespeare cita un giovane giornalista che gli ha chiesto chi fosse Bruce Chatwin), il culto di Chatwin si manifesta in magliette, nei taccuini Moleskine (lanciati come replica di quelli di Chatwin, hanno generato un business globale), soprattutto nella generazione dei suoi seguaci e cloni.
I primi sono i “turisti per caso”, quelli che si proclamano “viaggiatori” e cercano in Chatwin un’appendice alle guide Lonely Planet. In questo senso Chatwin ha creato dei miti nel mito. Come quello del dottor Ho Shi-Xiu, immortalato come “il medico taoista delle montagne del drago di giada”. Sino a due anni fa viveva ancora nello stesso villaggio di Bai Sha, nello Yunnan, ormai attrazione turistica, continuando a recitare la sua parte con aria svanita. O quello di miss Lacey de “Le Vie dei Canti”, l’australiana che intuì il potenziale dell’arte aborigena. In realtà si chiamava Harvey, era una vecchia e dolce signora, anche lei un po’ svanita, che dirigeva la Arunta art Gallery & Book Shop nel centro di Alice Springs e ripeteva a tutti che miss Lacey era proprio lei.
I cloni sono quegli scrittori di viaggio che continuano a domandarsi “Che ci faccio qui?”, che si mettono al centro della scena, raccontano il “loro” viaggio, in un’equivoca imitazione di Chatwin. Dal canto suo Chatwin ha sempre rifiutato la definizione di travel writer e in una lettera lamenta “la sempre più numerosa orda degli scrittori di viaggio”. Ancor più ha preso le distanze dal protagonista-viaggiatore. Lui si teneva al di fuori della scena: per studiarla e dirigerla. Lo dimostra la sua ossessione per “il” libro mai finito né abbandonato, “The Nomadic Alternative”, saggio sul nomadismo come stato naturale dell’uomo. In una delle lettere ne fa una sinossi. Sono nove capitoli di estrema complessità, forse troppa. E’ per questo che il libro, come ammette, divenne una giustificazione alla fuga. Quella complessità spiega anche perché Chatwin, quando viaggiava davvero, quando si calava nella parte del nomade, viaggiava da solo. “Era un lonely traveller, un viaggiatore solitario, ma odiava stare da solo” scrive la moglie Elizabeth. Se avesse diviso il cammino con altri, non avrebbe potuto seguire le mille tracce in cui lo conduceva la sua curiosità di collezionista culturale. Né avrebbe potuto mascherarle o trasformarle.
Nell’introduzione a “Under the Sun”, Shakespeare descrive Chatwin come “un precursore di Internet: una superautostrada di connessione senza confini con accesso immediato a differenti culture”. Irrilevante chiedersi se e come Chatwin si sarebbe adattato ai nuovi strumenti, se avrebbe sostituito la Moleskine con un laptop. Del resto “Under The Sun” è oggi reperibile ovunque e subito come e-book. Internet, probabilmente, sarebbe stato lo strumento ideale per uno come Chatwin. Non per mettere online le sue storie, secondo un uso che ha trasformato la rete nella versione planetaria delle proiezioni di diapositive. Ma per avere a disposizione un’immensa, labirintica biblioteca di Babele. La rinascita del racconto di viaggio potrebbe accadere così: riprendendo e amplificando il suo “caotico” stile. E’ il messaggio che conta.
Che ci faccio qui? Alla fine, in tutti gli altrove che non fossero un ospedale, Chatwin lo sapeva benissimo quel che ci stava facendo.

Fonte: www.ilsole24ore.com

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