Rana Dasgupta, Solo

Il centenario bulgaro
esule da se stesso

Rana Dasgupta racconta il suo secondo romanzo, che Feltrinelli manda in libreria mercoledì 23 febbraio. «Lo sradicamento definisce tutta l’esperienza dell’epoca moderna»

Come nasce un romanzo? Da quale magma di sensibilità personale, contesto politico e sociale, da quale equilibrio tra esperienza del passato e ansia del futuro, prende forma una storia che solo gli ingenui possono pensare sia soltanto una storia? Prendiamo Solo che Feltrinelli manda in libreria mercoledì nella traduzione di Silvia Roti Sperti: il secondo romanzo di Rana Dasgupta che ha stupito il mondo anglosassone e quello indiano (le due origini dell’autore), per il fatto di essere ambientato nella tormentata Bulgaria del XX secolo, «dove ogni ideologia politica è stata messa alla prova e dove una malinconia immensa colma il vuoto del passato». Ecco dove nasce, un libro come Solo, da questo sorprendente accostamento: «Quando mio padre torna in India dopo aver vissuto cinquant’anni in Inghilterra», racconta Rana Dasgupta nella sua casa di Delhi che si affaccia su una polverosa strada alberata, «precipita in uno stato di rabbia perpetua. Non sopporta l’inefficienza, la sporcizia. Arriva qui felice di tornare a casa, e si ritrova in un Paese in cui non si riconosce più. L’unica cosa che riesce a ricongiungerlo con quella pienezza dell’esperienza indiana che tanto fortemente desidera, è la musica. Per anni l’ho visto, in Inghilterra, curare il suo mal di schiena con dei lunghi bagni caldi, durante i quali ascoltava musica classica indostana e piangeva. E credo di sapere che in quel momento ritrovava un senso di appartenenza che altrimenti era perduto».

Ecco: Urlich, il povero vecchio bulgaro protagonista di Solo – violinista mancato, marito abbandonato, padre disertato, manager di un’industria chimica socialista, mandato in pensione con un misero orologio d’oro e poi chimico incauto e sfortunato – è un uomo di cent’anni che ha vissuto il trauma della separazione dal proprio passato non una ma più volte, essendo nato in una famiglia agiata della Sofia che ancora apparteneva all’impero ottomano, e avendo attraversato i più disumani esperimenti della politica – dalla monarchia filonazista al socialismo stalinista al capitalismo corrotto – sopravvivendo a tutti i colpi di spugna con cui ognuna di queste fasi storiche ha cancellato i valori, le convenzioni e i legami della fase precedente.

«Si», ammette Dasgupta, che è nato a Canterbury da madre inglese e padre indiano, ha studiato letteratura a Oxford e si è avvicinato alla Bulgaria per aver coltivato fin da ragazzo una passione per la sua musica folk rimasta incredibilmente intatta attraverso cinquecento anni di dominazione turca. «Credo che nella storia di Urlich riverberi la storia di mio padre, un uomo sopravvissuto anche lui a un trauma terribile, quello della Partition che ha separato l’India dal Pakistan nel ’47, quando con i suoi cinque fratelli e i suoi genitori indù è salito su un’auto prestata loro dal capo della polizia di Lahore ed è fuggito a Delhi solo qualche attimo prima che scoppiasse la violenza e due milioni di persone morissero in quell’olocausto».

Rana Dasgupta non solo è scrittore che ama parlare di sé nei propri libri. È uno che si riconosce piuttosto in un tema, in un mondo, in una cifra: quella dello sradicamento, del nomadismo culturale e della sofferenza che nasce dall’abbandono delle proprie tradizioni. È anche un’intellettuale convinto, come sta dicendo, «che lo sradicamento dalle proprie origini non si limita oggi all’esperienza di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese d’origine, o a subirne le rivoluzioni politiche. È qualcosa che definisce tutta l’esperienza umana dell’era moderna. In base alla quale siamo tutti dei nomadi, siamo tutti emigranti. Si guardi intorno: la tecnologia stessa è una rivoluzione perpetua che ci separa ogni giorno di più dal nostro passato». 

E se volete capire con quale bagaglio psicologico si affacciano al XXI secolo i Paesi le cui economie lo domineranno – Paesi come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina – prosegue Dasgupta, «è bene ricordarsi che con l’eccezione in parte del Brasile, si tratta di Paesi che hanno visto milioni di persone morire nei conflitti politici del secolo precedente». Quando in Occidente si parla di Delhi, dice Dasgupta, che sta preparando un libro su questa città intervistando e raccogliendo le testimonianze di centinaia di persone, «si parla di tutto fuorché di una città nata da un olocausto. Di tutto fuorché di una città dove ognuno vive col ricordo di persone della propria famiglia uccise o violentate, e dove ognuno a propria volta ha ucciso e violentato i musulmani che nel ’47 andavano nella direzione opposta, verso il Pakistan».

«È questo che portano nel XXI secolo questi Paesi a cui tutti noi oggi guardiamo: un’immensa energia, ma innestata su un altrettanto immenso trauma politico irrisolto».

Fonte: www.corriere.it

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