Cesario Milo, In cosa mai siamo mortali?

GLI SCRITTORI DEL CIRCOLO

Questa raccolta di prose poetiche usa le armi linguistiche dei parnassiani, una sintassi semplice per far comprendere o meglio far sentire il colpo più in fondo, è una voce contraria al parlare di chi si crede del mondo, a chi si crede normale nella menzogna: dalla tv ai libri, ai giornali, alla radio, a internet fino all’uomo comune. In questo libro vi si trova la caccia brutale al disincanto, la follia di fidarsi delle suggestioni, qui si troverà ciò che il mondo crede sia solo una bella fiaba ma che invece è la realtà, è il dono della vita. Dal silenzio alla follia, in questo libro la magia è di casa, la parola è – rarissima, ormai – sincera. Come dice Francesco Colizzi nella sua introduzione al libro: “Forse i nostri sogni portano dolore, forse non siamo fatti per la nostra felicità, ma certamente possiamo vivere con meraviglia, stupore ed incanto, dimorando nell’anima. Dimorando nello stesso luogo dove abita la poesia”.

RECENSIONE

“In cosa mai siamo mortali?”, di Cesario Milo, edito da editrice zona, nel gennaio 2011, è un libro di prose poetiche, che usa le armi linguistiche del simbolismo ma che devia a suo piacere dai punti cardini di quest’ultimo, per rincorrere la sua ragione prima di nascita, ossia la verità “bisogna andare alla velocità della verità e non delle certezze qui”. La verità è coraggiosa si intende chiaramente nel libro, basti vedere come gli uomini, per questa volta presi dal profilo migliore, abbiano fatto cadere Re, alcuni abbiano fatto miracoli, altri regalato beatitudini come la pace o la libertà ad intere nazioni; quindi si intende dal libro che la verità ha bisogno di un narratore coraggioso, quasi immacolato per essere raccontata e impaglia nei suoi versi tutti coloro che hanno il microfono in questi tempi di assoluta menzogna scrivendo: “Alba che affoghi di altre, più imponenti verità la storia.”. Nel libro c’è come dice il titolo, un altro motivo per cui lo scrittore si distacca da tutto, si distacca intellettualmente poiché , il tema rischiosissimo, è stato affrontato da pochi così ferocemente, ossia la mortalità o immortalità dell’uomo, “Perché non appartengo a niente della vita”. Qui il poeta lascia tutti di stucco quando fa capire ineluttabilmente: noi non muoviamo un passo in base a ciò che della vita si può dimostrare con la carne “Lontani vedemmo il nulla di una vita promessa alle cose che puoi giustificare con la carne “ma siamo eternamente ispirati da brividi e suggestioni assolutamente sconosciute alla società, alla polis, da chi abbiamo imparato ciò? La parola misericordia, compassione, magia, miracolo o prodigio? Non esistono nella realtà della carne e non esistono nemmeno nella fantasia, poiché troppo ampie per la mente tali sensazioni dell’anima, “ho imparato dagli alberi la maggior parte di ciò che so”, e ancora, il poeta riesce, analizzando il legame fra uomo e vita a sottolineare, la presenza troppo evidente di innumerevoli soprannaturalità che noi ci lasciamo sfuggire o consideriamo sviste: parte dal vangelo spiegando come la frase di Gesù: “è più facile che passi un cammello per la cruna di un ago, che un ricco nel regno dei cieli” faccia coppia perfettamente col mondo reale dei capi di stato corrotti e delle multinazionali che stanno ammalando il pianeta azzurro, oppure come gli indiani parlando dell’ego e del se tramite l’induismo riescano a raccontare perfettamente come un uomo possa illuminarsi e realizzarsi, come possa compiere un percorso spirituale”inesistente” ma che porta alla pace nella vita reale, cosa che un occhio attento può notare come perfetta descrizione dei meccanismi interpersonali attuali, che i distratti dal neocapitalismo chiamano stress, follia, malattia mentre è solo la causa effetto della vittoria dell’ego sul se, solamente la causa- effetto dei nostri errori, il karma del mondo. Per finire un altro esempio del poeta circa la nostra immortalità è data quando egli lascia intendere che l’immortalità è una fiaba che conserviamo nel cuore ma che in effetti, ci traghetta per tutta la vita rendendola migliore, quale esempio più azzeccato del reale aiuto dell’immortalità e quindi della sua presenza? Ecco, questo libro riesce a darci una boccata d’aria su temi come verità e immortalità, che ormai stanno diventando di nicchia per il proliferare del sexy-politicaly correct-shock-impotente-show, che sorbiamo ogni giorno. Per concludere voglio lasciare al poeta queste ultime righe riscrivendo la sua presentazione dell’opera. “IN COSA MAI SIAMO MORTALI?” è una frase detta a petto largo al disincanto e contro le calunnie sulle stelle che attua l’umanità. Questo libro cerca di parlare della “NOTTE MAI RACCONTATA” per la paura di pronunciare la parola amore, notte in cui “fissammo la stupefazione”, notte dove chiedersi “chi smette di dire la verità, se l’universo o l’uomo, nel disincanto?”. Fra queste pagine ci sono appunti sull’estasi, pozioni utili, tracce di fede, fotografie dell’invisibile, soli presentimenti e suggestioni intrappolati, alcuni indizi per i sognatori, per chi non ha rinnegato lo scintillio.“IN COSA MAI SIAMO MORTALI?” prova ad essere “una voragine nella ragione, nel regno freddo”, “un incidente sulla strada principale”, strada fatta di rassegnazione vestita a festa, colli grassi, psicosi perché non ci si dice mai la verità e riflettori a dieci colori sull’insignificante. Prova a dire una parola sincera circa il sole.

Fonti: www.deastore.com  www.libri.forumcommunity.net

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