Marisa Volpi, “Le ore, i giorni”

E il tempo sgarbato diviene protagonista

«Le ore, i giorni»: diario di Marisa Volpi

È da un po’ di tempo che sento un diminuito interesse per le storie e preferisco le confessioni. Di romanzi c’è una certa inflazione. Quando dico che preferisco le confessioni parlo di diari, journal, di quaderni, di un rapporto diretto tra chi scrive e il lettore, cui si rivela senza intermediari il proprio animo, «mettendoci la faccia». Questo è un genere con una nobile tradizione, l’unica differenza con i grandi romanzi è il tipo di ascolto, ma l’interesse, lo sguardo sul mondo esterno e sul mondo interiore, non sono da meno.

Pensavo a questo leggendo Le ore, i giorni di Marisa Volpi (Medusa, pp. 240, € 21,50). Apri il libro ed è come se ti venisse aperta una porta. Entri a piccoli passi col rispetto che è riservato a chi ti dimostra tanta fiducia. Cominci sin dalle prime pagine a guardarti intorno, e la prima cosa che ti colpisce è lo stile e il tono dell’ambiente in cui ti trovi. Il luogo non ti è estraneo, lo capisci subito, e sono le parole, la scrittura, i pensieri e i sentimenti che ti accolgono a farti sentire «quel sottile piacere assai intenso ma sempre un po’ ambiguo che si prova spiando e origliando i segreti altrui». La seconda cosa che ti colpisce è che quando la vita che appare in un diario è trasformata in parole, quella vita è una vita inventata, e non per questo meno vera di quella accaduta. I fatti sono quelli, quelli i luoghi e le persone, ma attraverso le parole assumono la fisionomia della vita che si concepisce.

Nel diario di Marisa Volpi questa vita concepita ha al centro un protagonista assoluto, non la madre, il marito, il fratello, cui pure è destinato uno spazio grande, ma il tempo, l’inesorabile. È col tempo che questo diario di Marisa Volpi fa intrepidamente il conto, col tempo che si confronta con estrema sottigliezza; ed è il tempo che forma e trasforma luoghi e persone, il tempo che colora ogni pensiero ed ogni istante, la causa di tutto. Il suo non è il tempo di Proust, non ha un ritmo fluviale, non ha dietro di sé una teoria o una madeleine, ma è un tempo sgarbato e incostante, che ora si avvicina con le nubi nere della malinconia, ora sbuca da qualche parte a tradimento quando meno te lo aspetti e colpisce con una stilettata.

E ora la qualità della scrittura, perché dopotutto è quella che conta. C’è in molti punti un eccesso di intelligenza, di introspezione, un «accanimento» nel portare analisi e concetti alle estreme conseguenze, che provoca in me ora soprassalti di ammirazione ora un certo disagio. Insomma, fascino e disagio, il disagio di assistere impotenti a uno strazio che non si può lenire. Questo tipo di accanimento si trova nelle pagine più concentrate del diario, quando la scrittura crea come un nodo, e la grande bravura della scrittrice sta nell’impegno che mette per dipanarlo. Soffre anche lei di quella exacerbatio cerebri che attribuisce a Kierkegaard? Anche il suo diario è pervaso da un «lucido delirio di autointerpetrazione», «segno dell’assunzione totale di ciò che la dilania»? Nella scrittura si sente la lacerazione che sconvolge l’animo della scrittrice e il lettore, trascinato nell’ingorgo, non ne esce indenne.

Certo non è facile dare un’idea di un diario complesso come questo, dove «regna il caos anche quando la scrittura prende un’alta quota». Lo farò per brevi accenni e citazioni, ma prima devo dire, per chi non lo sa, che Marisa Volpi è una personalità di grande valore nel campo della storia dell’arte, allieva di Brandi, amica di artisti, dotata di carisma per i suoi numerosi allievi. Lei conosce «l’amore di Monet per i cieli pervinca, per il brulichio dell’erba, il colore matto dei papaveri… il suo grande innamoramento per il gorgo…». Più che una studiosa, direi che lei è una sensitiva della pittura, con una particolare percezione estetica per cui arte e vita sono spesso in lei una cosa sola e una richiama l’altra, ma non come nei decadenti. Lei, per esempio, passeggiando per il Giardino del lago, vede i giardinieri che «si appoggiano alle pale come nell’affresco di Piero della Francesca ad Arezzo», li vede così, molto naturalmente. Lo stesso scambio avviene anche con la letteratura, con i libri che legge, e arriva a dire di un suo amico: «Nando ha combattuto in un silenzio simile a quello dei capitani in seconda degli equipaggi di Conrad». In questo diario che tanto spesso ha un tono luttuoso, altri temi, oltre il tempo, sono la famiglia (la madre, il ricordo della madre, la malattia e la decadenza, la morte), gli uomini (Sante, Nando) che riappaiono come in epifanie, Cesare Garboli («è la sprezzatura, il sapere, che lo rende attraente»), il fratello, gli amici e le amiche, e poi i sogni, le ossessioni: «Certe sere la casa è vuota… per un attimo mi chiedo da cosa derivi quella sinistra vuotaggine che non scompare del tutto».

Raffaele La Capria

Fonte: www.corriere.it

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