Thomas Pynchon, Vizio di forma

Psycho Pynchon, follie e figli dei fiori
tutto il fascino dei perdenti
 

“Vizio di forma” è l’ultimo romanzo dello scrittore che chiude la sua trilogia hippie raccontando le idee, le manie e le atmosfere dell’America degli anni Settanta

di SANDRO VERONESI

“Pensavo / di avere incontrato un uomo / che diceva / di conoscere un uomo / che sapeva / cosa stava succedendo / Mi sbagliavo / era solo un bambino / che rideva / nel sole”. È il testo di un pezzo di David Crosby, Laughing, tratto dal suo leggendario album intitolato If I could only remember my name diventato un manifesto della cultura hippie  –  della sua caleidoscopica indeterminatezza, della supremazia che in quegli anni aveva instaurato del mondo insaturo su quello saturo, della confusione sull’ordine, della paranoia sulla ragionevolezza. L’album è del 1971: Paura e disgusto a Las Vegas, di Hunter Thompson, struggente ammissione di sconfitta da parte di uno dei più radicali interpreti della cultura flower-power, è stato scritto e pubblicato in quello stesso anno. È l’anno del processo alla Famiglia Manson, ed è anche l’anno in cui Thomas Pynchon ha deciso di ambientare il suo ultimo, meraviglioso romanzo, Inherent Vice (Vizio di forma, Einaudi, traduzione di Massimo Bocchiola, pagg. 470, euro 20), completando così, col tassello centrale, la propria trilogia hippie, dopo L’incanto del lotto 49, pubblicato e ambientato nel 1966, e Vineland, pubblicato nel 1990 ma ambientato nel 1984.

Come sempre quando scrive Pynchon, questo romanzo pulsa di un’incessante, entropica connessione tra il prima e il dopo, tra il reale e l’immaginario, tra l’ignoto e il conosciuto, pur accomodandosi stavolta nelle forme assai attraenti e insolitamente “facili” di un hardboiled psichedelico  – 

tutto dark women, anime perse e dialoghi esilaranti. E come sempre quando scrive Pynchon, è inutile cercare di dar conto della trama: i personaggi sono la trama, a partire dal protagonista, l’investigatore privato Larry “Doc” Sportello, un perdente della stirpe degli Zoyd Wheeler, dei Benny Profane, dei Tyrone Slothrop  –  cioè perdenti che, per dirla con Sartre e con la sua concezione del romanzo, vincono. Sportello, del resto, sembra una versione freak di Philip Marlowe: ex-surfista, solitario, vive ancora sulla spiaggia e chiama ancora “terraferma” il resto della città, fuma spinelli in continuazione, non ha interesse per i soldi, ama non riamato, rimane incrollabilmente puro nell’attraversare qualsiasi sporcizia e risulta invulnerabile al crimine violento in mezzo al quale pure si ritrova a sguazzare. È lui la sonda che Pynchon utilizza per recuperare dalle profondità della storia quell’onda hippie che per un quindicennio ha rappresentato la speranza, prima di venire cancellata dalla risacca conformista che sembrava avere sommerso. Sportello viene innescato da una sua ex-fiamma, Shasta, che gli chiede di indagare sulla scomparsa del palazzinaro per il quale lo ha mollato, e così, per puro amore non corrisposto, per pura debolezza maschile, si mette a cercar di comporre quello che, per usare un concetto a Pynchon certamente caro, potremmo chiamare il “mosaico del dubbio”, e che contiene rapimenti, ricatti, estorsioni, vendette, omicidi, traffico di droga, corruzione, ma anche antichi continenti perduti, telepatia, occultismo, lisergismo, zombie, surf-rock, dipendenza televisiva e cibo macrobiotico; e così facendo si ritrova a fluttuare nella magica “nebbia del drogato” che tutto apparenta e rende incerta qualsiasi storia  –  nella quale nebbia si dissolve anche il romanzo stesso, in un finale indimenticabile.

Come negli altri capolavori di Pynchon, si procede per accumulo. E “procedere”, qui, è inteso come puro movimento dall’indeterminatezza verso il caos  –  non certo verso il disvelamento dei misteri; laddove però, come se ogni parola cliccasse sull’icona “ingrandisci” di una specie di Google Time Machine, la California del sud del 1971 emerge sempre più a fuoco, in una pazzia di dettagli straordinariamente vivi e definiti  –  topografici, commerciali, musicali, urbanistici, architettonici, nautici, giudiziari, politici, religiosi, sportivi, culturali, controculturali e sottoculturali, così che la citata menzione del continente sprofondato  –  Lemuria, la versione Pacifica dell’Atlantide di Platone  –  diventa il simbolo che accompagna la strepitosa opera di risveglio mnemonico di quel mondo perduto nel quale la purezza andava a braccetto con la sporcizia, l’ispirazione con il vomito e l’innocenza con il delirio. Non a caso Shasta, la ragazza fatale, porta il nome della montagna del nord della California dove la leggenda vuole che i sopravvissuti di Lemuria si siano rifugiati e nascosti come sorci in buche e cunicoli sotterranei  –  e puri, tuttavia, e incontaminati come palle di luce. Una luce che illumina ogni angolo della città confusa e maledetta attraversata da Sportello nella sua ricerca, una Los Angeles che è la summa di tutte le Los Angeles conosciute  –  mai così completa, sterminata, e vera; e che fa risplendere ogni singolo volto di quel 1971, tanto che alla fine sembra di averli visti proprio tutti, quei volti; di aver riconosciuto per esempio quello di Hunter Thompson, sì, intento a sparare alle iguane lungo l’autostrada per Las Vegas, o di David Crosby, che canta insieme a Graham Nash, o  –  clicca, ingrandisci  –  del tenente Colombo, che attraversa un incrocio sul Santa Monica Boulevard a bordo del suo catorcio, o dello stesso Pynchon, eh sì  –  clicca, ingrandisci  – , proprio lui, malgrado nessuno l’abbia mai visto, è lui  –  ingrandisci  – , dentro quella casa di Gordita Beach, seduto al tavolino  –  ingrandisci  – , è lui per forza, intento a battere sui tasti della macchina da scrivere, perché in cima alla pila di fogli vicino a lui c’è scritto  –  clicca, ingrandisci  –  eh sì, c’è scritto Gravity’s Rainbow  –  il suo capolavoro, il romanzo destinato a uscire e sbalordire il mondo tra due anni, trentotto anni fa, nel ’73…

Ma forse non era lui, forse mi sbaglio. Forse era solo un bambino che rideva.

Fonte: www.repubblica.it

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