Paco Ignacio Taibo II, Ritornano le tigri della Malesia

“Torna Sandokan, l’anti-colonialista”

Scritto da: Alessandra Muglia

Scende nella hall dell’albergo con il volto ancora stropicciato dal sonno. Un’intervista all’ora della siesta, per di più in una Milano grigia che più grigia non si può: sembra quasi di fare un dispetto a Paco Ignacio Taibo II, abituato a ritmi, luce e sole di Città del Messico. Dopo una sigaretta corroborante in veranda, le parole iniziano a scivolare: “La mia è una scrittura passionale, credo che se vivessi qui sarebbe molto diversa, molto più riflessiva…triste” immagina lo scrittore ispano-messicano, autore di una famosa biografia su Ernesto Che Guevara e ideatore  della Semana Negra, il fortunato festival letterario spagnolo dedicato al noir, nelle Asturie.

Sorseggiando succo di mirtillo (quello di mela, suo preferito, non c’era), avvolto in una dolcevita scura, racconta della rosa da lui posata l’altro giorno a Verona sulla tomba di Emilio Salgari, “una tomba abbandonata, ritratto del suo destino di uomo morto in solitudine e povertà, per nulla valorizzato nella sua epoca. Ricorrono i cent’anni della sua morte, ma ho paura degli omaggi, uno scrittore è vivo solo se continua a essere letto”. O se rivivono le sue creature, come succede  nel nuovo romanzo di Taibo II, “Ritornano le tigri della Malesia” (Tropea). Con Sandokan e l’amico Yanez di nuovo in azione, questa volta alle prese con l’attacco di una misteriosa nebbia verde, capace di scatenare istinti assassini  e di aprire a Mompracem le porte dell’Inferno. Forza e coraggio dei due vecchi pirati libertari sono quelli di sempre, il loro anti-imperialismo invece no. Perché per lui Emilio Salgari non era un semplice autore d’evasione, ma “uno che aveva una sensibilità politica, una vocazione anti-colonialista e terzomondista, non so se coscientemente o no”.
Lei definisce questo romanzo un “pastiche letterario”. Succede come nei sogni dove si incontrano i personaggi più disparati: l’antagonista di Sandokan è il professor Moriarty, l’arcinemico di Sherlock Holmes. Ci sono Rudyard Kipling e Friedrich Engels, fino ai fondamentalisti islamici: come si fa a scrivere mentre si dorme?
“Quello che ho fatto non riguarda il sogno, ho fatto muovere i personaggi di Salgari nel contesto di fine Ottocento. L’intento non era quello di scrivere un romanzo di fantasia ma di genere realistico d’avventura”.
Da giovane è stato uno dei protagonisti della rivolta studentesca. Si considera ancora un rivoluzionario? ”
“Non sono mai stato un leader, ero uno dei tanti giovani scesi in piazza nel ’68 in Messico. Se per rivoluzionario intendiamo uno che crede che occorra cambiare il mondo, certo che sono ancora un rivoluzionario. E’ sempre possibile cambiare il mondo. E se anche fosse impossibile bisognerebbe provarci comunque.
Ha avuto parole di simpatia per gli studenti che manifestavano anche in Italia, differenziandosi da molti suoi ex compagni di lotte.
“Mi dispiace per loro. Non sono un cristiano, però credo nell’esistenza dell’anima e credo che se tu perdi l’anima nessuno te la ridia. E’ una condizione triste quella di chi baratta l’anima per denaro, potere e prestigio. Non riesco a immaginarmi in una situazione così penosa”.
È vero che ha iniziato alla letteratura Cesare Battisti?
“Non lo so. Perché quando l’ho conosciuto in Messico non si chiamava così. Era un giovane che lavorava in una rivista culturale e che voleva scrivere. E’ venuto a casa mia due-tre volte tutto qui. Ho un ricordo vago”.
In Messico la guerra ai narcos scatenata 4 anni fa dal presidente conservatore Felipe Calderón sta andando male. L’anno prossimo ci sono le elezioni presidenziali, lei confida in un cambiamento?
“Sì, credo che è tempo di un cambiamento profondo in Messico, la crisi è arrivata al punto più basso, è in corso un processo di distruzione della società messicana, con 30 mila morti in 3 anni, una guerra senza senso, senza logica, soltanto per decisione degli americani”.
Lei va nelle bidonville a leggere e portare libri ai ragazzi, crede che la battaglia per un paese migliore inizi dalla cultura.
“Abbiamo costruito biblioteche e librerie negli ultimi angoli del Messico, organizzato festival con gli scrittori messicani più importanti in strada, nei parchi e nei mercati popolari con grande successo. Abbiamo venduto 2 milioni di libri e ne abbiamo regalati 40 mila. E’ un progetto molto capillare di promozione della lettura perché un cittadino che legge è un cittadino più critico, che ha più strumenti per confrontarsi con la realtà”.
Progetti futuri?
“Ne ho tanti, ho avviato 10 libri. Il più avanzato, prossimo alla pubblicazione, è la vera storia della battaglia di Alamo, mito fondante nordamericano. Sono stato quasi 3 anni a fare ricerca nelle biblioteche statunitensi. Il libro è quasi pronto: racconta che la presunta battaglia di Alamo è una menzogna”.
Curioso che non lavori un libro alla volta ma ne porti avanti diversi in contemporanea.
“Così quando mi sveglio al mattino e mi chiedo cosa vuoi fare oggi, posso scrivere quello di cui quel giorno mi sento capace. Non mi sono mai sentito ostaggio immobile di una pagina bianca”.
Dove si sente a casa a Città del Messico o nel suo paese natale,  in Spagna?
“Credo che il mio luogo sia Città del Messico, ma mi sento a casa anche quando ritorno nelle Asturie. Tuttavia mi capita di sentirmi a casa anche in luoghi stranieri, come Napoli. Per motivi che non conosco. Quando il tuo universo è la parola, la letteratura, ti muovi a livello transnazionale”.

Fonte: www.corriere.it

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