Jaipur Literature Festival

Pamuk, il rifiuto della politica

Al Jaipur Literature Festival i narratori indiani contro gli anglo-indiani: «Chiacchiere da salotto». «Scrivo, il resto non mi interessa». E dopo le polemiche non va in Sri Lanka

 
 

JAIPUR (India) – Sarà perché il problema di vedere la propria identità sistematicamente distorta dalla critica è un problema reale per gli scrittori cittadini del mondo che hanno il vantaggio di esprimersi in lingua inglese. O sarà perché la possibilità di essere male interpretati, e vedersi attribuire opinioni politiche scomode, esaspera Orhan Pamuk ogni giorno di più. Ma il tema della misrepresentation dello scrittore contemporaneo è stato il tema del giorno, ieri, al Jaipur Literature Festival. E anche se tutti i partecipanti hanno evitato di commentare la rinuncia di Orhan Pamuk e Kiran Desai a partecipare a un evento letterario tra pochi giorni nello Sri Lanka, l’intero festival di ieri è stato di fatto una lunga indiretta riposta alla domanda: perché un premio Nobel come Pamuk rinuncia a partecipare a un evento in un Paese che calpesta i diritti civili, ma rifiuta di dare spiegazioni in merito? Secondo «The Times of India» sarebbe questo un effetto degli appelli che l’organizzazione Reporters sans frontières (associata all’organizzazione dei giornalisti di Sri Lanka e sostenuta da personalità come Ken Loach, Arundhati Roy, Noam Chomsky) e vari movimenti di difesa dei diritti umani avevano rivolto agli scrittori presenti a Jaipur per non partecipare al festival di Galle a causa delle restrizioni alla libertà di parola esistenti in Sri Lanka.

«La maggior parte delle volte la gente mi rivolge domande politiche, argomento a cui non sono interessato», attacca Pamuk, «e poi, quando vedo le mie risposte ingigantite sui giornali, mi trovo costretto a difendere quelle posizioni per salvaguardare la mia integrità». Più tardi la sua compagna Kiran Desai gli farà eco in modo obliquo, dicendo: «Gli scrittori sono persone che lavorano sole, e si trovano ad essere interpretati come parte di una comunità». Ma quella comunità esiste solo nella mente del pubblico, sostiene Desai. «Sei lì a lavorare in solitudine, senza prenderti nemmeno sul serio, e di colpo il libro che scrivi infiamma una polemica che non avresti mai sognato».

Questa interpretazione forzatamente politica del romanzo che vorrebbe essere invece un’opera super partes non ha mai toccato il premio Pulitzer Junot Diaz. Ma i conflitti creati dall’errata interpretazione di un autore, sì, riguardano anche lui che è dominicano-americano: «Tutti mi chiedono come riesca a venire a patti con le mie molteplici identità. Ma questo non è un problema mio. Il mio problema, semmai, è che la simultaneità di identità diverse che contraddistingue così tanti di noi scrittori figli dell’emigrazione, è un fatto fortemente scoraggiato dalla società. Le nazioni sono ossessionate da un’idea di purezza che noi scrittori non siamo in grado di riprodurre. Non l’abbiamo dentro di noi».

 

Curiosamente, emerge dal Festival di Jaipur anche una diffusa insofferenza degli scrittori indiani, che hanno trovato il successo scrivendo in lingua inglese (nessuno li nomina, ma i nomi di riferimento sono Rushdie, Gosh, Seth e via dicendo). I quali non avrebbero alcun titolo a rappresentare l’India, essendo figli di una ristrettissima minoranza agiata che ha avuto accesso alle scuole inglesi. Qui i loro romanzi sono visti da molti come «chiacchiere salottiere di ragazzi delle scuole private», riassume scherzosamente la polemica Dalrymple, dando voce a un senso di ingiustizia che a Jaipur, dove si stanno esibendo su cinque palcoscenici decine di autori che scrivono in almeno dodici delle trentacinque lingue nazionali dell’India, sembra in effetti giustificato.

In ogni caso, tutti gli scrittori concordano su un punto: che i temi del romanzo dovrebbero parlare a ognuno senza distinzioni. «Guardate me», dice Diaz. «Io vengo dallo “sprofondo”. I due luoghi fondanti della mia vita sono la Repubblica Dominicana e il New Jersey. E il mio problema non è stato certo quello di darmi un’identità regionale. Il mio problema è stato come rendere questi due luoghi che non interessano a nessuno, universali».

«Quando in un libro parlo d’amore parlo di un sentimento che è all’essenza dell’esperienza umana, non parlo di amore turco», dice Pamuk senza sorridere. «Figurati», gli fa eco la spinosa Chimamanda Adichie, che viene dalla Nigeria e ha scritto sulla guerra del Biafra in Metà di un sole giallo: «Quando parlo d’amore io dicono che in verità scrivo un’allegoria della dittatura». «Il fatto è che i giornalisti stranieri invece di trattarti come uno scrittore ti trattano come un diplomatico, e se non rispondi in modo politico ti trovi ad affrontare una reazione rabbiosa», chiude il cerchio Kiran Desai. Più distaccato, il giovane Nam Le, che è diventato cittadino australiano dopo avere lasciato il Vietnam in circostanze tragiche all’età di tre anni, chiede «perché dovrei difendere aspetti di me stesso che non sono chiari nemmeno a me? E che appartengono a una parte della mia vita sulla quale non ho avuto nessun controllo?».

A fine giornata Rana Dasgupta, che ha moderato il dibattito sul tema «Fuori dall’Occidente», a cui hanno partecipato Pamuk, Desai, Le e Adichie, ha provato a portare la discussione del tema della globalizzazione. E tutti loro, Pamuk in testa, hanno detto di non sentirsi parte di nessuna cultura globale. Noi siamo cittadini del mondo, gli hanno risposto gli scrittori, glissando sulla possibile contraddizione. E se siamo universali è perché siamo capaci di esprimere cosa significa essere umani. La globalizzazione è solo un’altra etichetta, un ombrello un po’ più grande degli altri.

Livia Manera

Fonte: www.corriere.it

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