Umberto Eco: quei capolavori che non riconosciamo

Eco: quei capolavori che non riconosciamo

In “Dove andremo a finire” il semiologo risponde a Barbano sul futuro dei romanzi e della scrittura

Anticipiamo un brano del dialogo tra Umberto Eco e Alessandro Barbano contenuto nel libro “Dove andremo a finire” (Einaudi): otto interviste ad altrettanti intellettuali italiani (da Giuliano Amato a Umberto Veronesi, da Nicola Cabibbo a Sergio Romano) che raccontano quello che ci aspetta nei prossimi vent’anni sul piano politico, sociale, economico e culturale.
Siamo a un congresso intergalattico di studi archeologici per discutere le vestigia di quella civiltà che fiorì nella penisola italica prima della catastrofe del 2020 dell’èra antica. A suscitare l’interesse dei partecipanti è il fatto che nella criptobiblioteca italiana non si rinvengano opere di alcun valore letterario risalenti ai due o tre decenni precedenti all’esplosione, dopo la pubblicazione di un romanzo certamente famoso, poiché ritrovato in decine di copie, intitolato Il nome della rosa. Tra il 1980 e il 2020 la letteratura italiana è andata incontro a un processo di estinzione?
“Questa domanda parafrasa l’inizio di una mia parodia, pubblicata su Diario minimo nel 1961, nella quale gli archeologi vissuti dopo la terribile esplosione trovavano i testi delle canzonette degli anni Cinquanta e le interpretavano come i vertici della poesia del nostro secolo. L’avevo scritta per divertimento, poi ho saputo che era stata discussa in alcuni dipartimenti di letteratura greca, dove ci si è chiesti se noi non abbiamo forse fatto lo stesso errore con i frammenti dei lirici greci che i ragazzi studiano a scuola. Magari i versi di Alcmane del VII secolo avanti Cristo “Dormono gli uccelli dalle lunghe ali” erano canzonette dell’epoca, al pari di “Grazie dei fiori” di Nilla Pizzi. Lei ipotizza invece che l’unico testo trovato sotto le macerie del Colosseo sia Il nome della rosa e che questo sia il segno di una degenerazione della letteratura. È uno sport molto italiano quello di interrogarsi a ogni stagione se chiuderà la Feltrinelli, se è morto il romanzo, se il libro sarà superato dall’ebook, se i giovani non leggeranno più. Ho 78 anni, ho iniziato a leggere che ne avevo sei, quindi sono 72 anni che mi trovo di fronte a simili quesiti sul futuro. In realtà non credo al declino della letteratura e non credo che si possano fare previsioni per così dire scientifiche. Se un’opera è importante lo si sa di solito cento anni dopo che è stata scritta. Quando Manzoni pubblicava I Promessi sposi, c’era probabilmente chi ha pensato: ma che roba è questa? Certo, chi dicesse che oggi in Francia mancano grandi figure alla Jean-Paul Sartre e alla André Malraux si avvicinerebbe alla realtà. Ma questo non impedisce che tra 50 anni non si scopra che proprio quest’anno a Parigi era nato il nuovo Proust e nessuno se n’era accorto”.

Eppure l’Italia arranca in quello che Giulio Ferroni definisce il “New Italian Epic”, l’arcadia del noir, una letteratura che produce romanzi in serie con la pretesa di mostrare i mali del paese. C’è uno specifico italiano nella crisi della letteratura?
“In giudizi così caustici c’è un errore di prospettiva. In Italia è mancato un mestiere della narrativa. La cultura italiana ha sempre pensato che la narrativa dovesse essere simile alla poesia. Hanno detto che Svevo scriveva male perché non scriveva come Ungaretti. Mentre gli anglosassoni, i francesi, i russi un’arte della narrativa l’hanno sempre avuta. Lo si capisce dalla grande tradizione del romanzo poliziesco tra queste culture. Poiché il romanzo poliziesco è fatto sì di semplici ingredienti, ha pochissima penetrazione psicologica, adotta un linguaggio elementare, ma è narrativa allo stato puro. Ci sono stati paesi che sono stati eccellenti nella produzione del romanzo giallo. L’Italia no. Bisogna andare agli anni dell’anteguerra per ricordare scrittori del calibro di Giorgio Scerbanenco e Augusto De Angelis. Niente di più. Poi, negli ultimi decenni c’è stato un ricambio generazionale e l’Italia ha iniziato a produrre della buona narrativa di successo. Che cosa succede allora? Che questa finisce nelle prime pagine dei giornali, lasciando nell’ombra opere di maggiore approfondimento e di maggiore complessità. Forse il nostro Proust in questo momento sta vendendo mille copie e magari ci accorgeremo di lui tra trenta o cinquant’anni. Siamo stupiti di qualcosa che ci sta capitando e che negli altri paesi è sempre accaduto fin dal 1800, tanto che nessuno ci fa più caso. Qualcuno dirà che anche in Italia c’è stata una stagione, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, che ha visto personaggi effettivamente emergenti, come Moravia, Sciascia, Pasolini, Calvino. Forse oggi questo accade meno, ma nelle culture ci sono sempre giochi di avvallamento e di collina. Però io penso a quanto è stato sbeffeggiato Edoardo Sanguineti e oggi, solo dopo la sua morte, il paese ha capito che era un poeta, un intellettuale, un polemista di grande valore”.

Vuol dire che nella letteratura i valori si sedimentano e che la loro gravità è più lenta di quanto non accada nella vita?
“È così, può darsi per esempio che tra vent’anni la figura di Roberto Saviano giganteggi più di quanto oggi essa si faccia notare semplicemente per motivi di attualità”.

E se risultasse al contrario cancellata?
“Potrebbe accadere. Ci sono scrittori che hanno fatto impazzire l’Italia. Penso a Salvator Gotta e a Virgilio Brocchi. Oggi nessuno ne conosce l’esistenza. E non erano affatto da buttar via. Erano buoni narratori di consumo, non peggiori di William Somerset Maugham e di altri scrittori sopravvissuti al cancellino del tempo e dei gusti”.

Ma perché l’orizzonte culturale in Italia, lo spazio pubblico degli intellettuali, è un susseguirsi di salotti, premi e festival che manifestano il senso della cultura come mera presenza?
“Anche in questo non siamo unici. La Francia è un tipico paese dove la cultura si manifesta come presenza. Che cosa sono in fondo i premi letterari? Un buon artificio che serve a tener desta l’attenzione dei lettori sull’esistenza dei libri. Un fatto prevalentemente pubblicitario. Ne ho vinti alcuni, ma non ci ho mai dato grande importanza. Non servono a stabilire chi è il più bravo. Nei paesi latini, dove l’intellettuale gioca il ruolo di guru e di opinionista politico, il presenzialismo della cultura è manifesto. Ma anche in un paese di cultura anglosassone come gli Stati Uniti, dove lo scrittore se ne sta per conto suo, non sono mancati artifici pubblicitari diretti ad affermare una presenza. Penso a personaggi sovraesposti come Norman Mailer o Truman Capote. Ma penso anche alla misteriosa privacy di scrittori come Jerome David Salinger o Thomas Pynchon. Il valore letterario di questi fenomeni sarà il tempo a misurarlo. Lo stesso Hemingway era un personaggio che faceva presenza molto più di Faulkner. Oggi qualcuno inizia a dire che Faulkner fosse più grande di lui. Non ne sono peraltro sicuro. Ma mi vengono in mente anche i Neoteroi nella Roma augustea. Anche loro si proposero come presenza sulla scena culturale e politica. E che dire dell’Ottocento italiano? Quanti narratori come Francesco Domenico Guerrazzi e Cesare Cantù hanno fatto presenza, adesso nessuno li legge più e di tutto il bailamme risorgimentale sono rimasti solo Manzoni e Nievo. Tutti gli altri, persino D’Azeglio, sono finiti nel dimenticatoio”.

Ma il resto d’Europa non se la passa meglio di noi?
“I francesi sono i primi a lamentarsi dell’assenza di guru. E non dico qui solo di Sartre e Malraux, ma anche di Roland Barthes e Michel Foucault. Questo però non significa affatto che è in atto un declino della letteratura francese. È vero tuttavia che in questo momento ci sono più autori spagnoli di grande valore. Penso a Javier Marías, per esempio. Ma si tratta di andamenti stagionali. Capirne i meccanismi fino in fondo e interpretarli è come predire la sorte di una pallina di ping-pong abbandonata nell’oceano in tempesta. Nessuno scienziato saprà dirci se andrà a nord o piuttosto a sud. Né bastano riflessioni sul declino politico di un paese per spiegare il declino o il successo della letteratura. Possono esserci periodi di grande degrado civile, nei quali per contraccolpo la letteratura diventa voce di libertà”.

E tuttavia non le pare che questa letteratura del presente abbia perso la capacità di costruire miti e finisca per replicare la cronaca?
“Personalmente non sono tra quegli scrittori che costruiscono i loro romanzi sulla cronaca del presente. Anzi, ho sempre cercato di costruire i miei miti situandoli ora nel Medioevo ora nell’èra barocca. Non credo di essere il solo ad aver lavorato sull’invenzione. E tuttavia mi chiedo: anche a voler esaminare una letteratura di consumo come quella di Camilleri, non è forse un creatore di miti anche lui? Montalbano diventa un personaggio tipico della società italiana, se non altro del mondo siciliano, quanto il commissario Maigret lo è stato della Francia del Novecento. A distanza di più di mezzo secolo si comincia a capire che le storie del commissario non erano solo un giallo di consumo ma le forme più nobili di una certa letteratura franco-belga. D’Artagnan è un personaggio mitico, ma nasce come feuilleton. È sempre difficile pronunciare giudizi sul proprio tempo. Se pensiamo alle tre corone della letteratura italiana del primo Novecento, Carducci, D’Annunzio e Pascoli, ci accorgiamo di come il tempo compia talvolta un vero e proprio ribaltamento del giudizio. Nel momento in cui vivevano, Carducci era il padre della Patria, D’Annunzio il grande vate, e Pascoli uno che scriveva poesie per bambini. Adesso tutta la critica scopre Pascoli come il genio dell’invenzione linguistica e l’iniziatore della poesia moderna”. 

Fonte: www.repubblica.it

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