Camilleri: e se Shakespeare fosse siciliano?

Camilleri: e se Shakespeare
fosse siciliano?

 L’ipotesi (scherzosa ma non troppo) del padre di Montalbano che inaugura con due libri la nuova stagione editoriale

MAURIZIO ASSALTO

Se voi suonerete i vostri Camilleri, noi suoneremo i nostri Camilleri. Il nuovo anno in libreria si apre con due editori l’un contro l’altro armati dell’autore che anche nel 2010, tra novità (molte) e riedizioni (moltissime), è risultato il più venduto in Italia. Domani scende in campo Skira, con La moneta di Akragas, un giallo ambientato nella Vigàta del 1909, scritto parte in italiano e parte in siciliano, che gravita intorno al ritrovamento (e successiva sparizione) di un piccolo preziosissimo reperto numismatico risalente al 406 a.C., epoca dell’assedio e distruzione di Agrigento a opera dei cartaginesi: un romanzo sorprendente, in cui l’autore per la prima volta si confronta (anche) con l’archeologia. L’editrice specializzata in mostre e cataloghi d’arte è però preceduta sul filo di lana da Mondadori, che oggi manda in libreria un volume piuttosto particolare, scritto da Camilleri in collaborazione con l’amico regista Giuseppe Dipasquale: Troppu trafficu ppi nenti, ovverossia Much Ado about Nothing, ovverossia (per chi non avesse capito) Molto rumore per nulla.

Proprio la celebre commedia di Shakespeare. Tradotta in un fantasioso messinese del Cinquecento, «una lingua arabeggiante, castigliana e siceliota insieme», e ritrovata «nelle polverose casse di un teatro», che gli autori-traduttori, in una fintamente dotta introduzione che gioca con certi toni accademici della critica, assicurano essere la forma originaria a cui il Bardo avrebbe attinto.

Una nuova ipotesi, nella vexata quaestio shakespeariana? Sulla reale identità del drammaturgo, e sul vero autore dei drammi che vanno sotto il suo nome, si è molto discusso, nei secoli. Camilleri e Dipasquale aggiungono il loro punto di vista. L’operazione «Shakespeare in Sicily», in verità, risale a una decina di anni fa, quando la riduzione teatrale di Troppu trafficu ppi nenti era andata in scena in diverse città italiane (con una ripresa nel luglio di due anni fa al Silvano Toti Globe Theatre di Roma): «L’idea», spiega Camilleri, «era nata quando Enzo Bianco, allora sindaco, ci aveva chiesto di pensare qualcosa per l’estate catanese. Voleva uno spettacolo molto popolare». Ma l’operazione, nel testo ora disponibile per il grande pubblico, si arricchisce di un inquadramento che sviluppa il gioco e tende a dargli verosimiglianza.

Utilizzando, e forzando quando serve, il dato storico, e basandosi anche su una tesi sostenuta anni fa dal giornalista siciliano Martino Iuvara, Camilleri-Dipasquale ci raccontano di un tale «Michele Agnolo (o Michelangelo) Florio (Crollalanza dal lato materno o, come alcuni manoscritti tramandano, Scrollalanza)», nato nel 1564 (guarda caso, come Shakespeare) e a lungo vissuto in fuga a causa delle sue origini quacchere. Dalle Eolie a Messina a Venezia a Verona, e infine a Stratford-on-Avon. Qui venne ospitato da un lontano parente, il quale rivedeva in lui il defunto figlio William, tanto che prese a chiamarlo affettuosamente con quel nome. A questo punto i giochi erano quasi fatti: bastava tradurre in inglese il cognome materno, Crolla (o Scrolla) lanza (la lancia), per ottenere «Shake the speare». Ed ecco «William Shakespeare», il fuggiasco finalmente al sicuro sotto false generalità.

Michelangelo Florio è effettivamente esistito: era l’erudito italiano padre di quel John Florio che tanto peso ha avuto nella produzione shakespeariana. Esule per sfuggire all’Inquisizione, ma non in quanto quacchero bensì perché era ebreo. I quaccheri a quel tempo non esistevano ancora, e il palese anacronismo è un modo per mettere in guardia i lettori: «Una spia», ci dice Camilleri, «per far capire che è tutto uno scherzo».

Però, sotto sotto, il gioco si rivela più serio di quanto non parrebbe. Perché la trama di Much Ado, quell’intreccio di schermaglie e di finzioni che si originano a vicenda, complicandosi in un groviglio che a un certo punto sembra inestricabile, salvo risolversi in nulla, è quanto di più affine a quella vocazione tutta siciliana – rimarcata da Moravia in un dialogo con Sciascia – a complicare le cose semplici. E l’uso del dialetto rende l’affinità più persuasiva. Davvero «Troppu trafficu ppi nenti è il modello eterno di un carattere terribilmente semplice, che ama complicarsi l’esistenza in un continuo arruvigliarsi su se stesso».

Fonte: www.lastampa.it

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