Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno

“Giù la piazza” il tempo ritrovato

di Dolores Prato

 
 
 
 
Riscoperta di un romanzo bellissimo e strabiliante
 
 
ELENA LOEWENTHAL
 
Ci sono vite spericolate e altre all’insegna della prevedibilità. Ci sono vite tragiche e vite comiche. Ci sono anche le vite misteriose, cui resta difficile dare una qualsivoglia definizione. Quella di Dolores Prato, scrittrice italiana nata a Roma il 12 aprile 1892 e morta ad Anzio il 13 luglio 1983, lo è, inafferrabile, in un modo tutto suo. Tanto è vero che, nella riedizione del suo grandioso romanzo Giù la piazza non c’è nessuno, uscita di recente per Quodlibet a cura di Giorgio Zampa e con una notizia di Elena Frontaloni (pp. XXXVI-702 , euro 8), di questa vita sono fornite due versioni.

La nota del testo ci dice che la Prato, nata da una relazione della madre vedova con un avvocato calabrese, venne messa a balia a Sezze e quando aveva un anno affidata a due zii residenti a Treia, una cittadina del Maceratese. Il risvolto di copertina parla invece di abbandono da parte della madre, e di un approdo a Treia quando la piccola aveva cinque anni. E si dice ancora che dovette lasciare l’insegnamento; ma «con la promulgazione delle leggi razziali» (risvolto), oppure per «questioni burocratiche e di sua avversione al regime fascista» ancor prima del 1927 (nota)?

In fondo il mistero è parte di questa storia, perché non potrebbe essere altrimenti. C’è una qualche coerenza nel contrasto fra dati biografici che si affastellano intorno a questa scrittrice frammentaria e onirica, e la ricca messe di vita vissuta che invece si raccoglie da questo romanzo. Bellissimo e strabiliante. Natalia Ginzburg lo pubblicò per Einaudi nel 1980, ma tagliato di circa due terzi. Operazione drastica e dolorosa, tuttavia la Prato si dichiarò «gratissima» alla scrittrice torinese, che «ha sempre amato questo libro \. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro, i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati». Si deve a Giorgio Zampa, scomparso di recente, l’affettuosa cura e l’impegno a ripubblicare in edizione integrale questo libro. E quanto lo merita, davvero. La Prato, che fu scrittrice dalla vocazione inconclusa, «tessitrice di infiniti brogliacci mai editi in vita» (ma l’editore Quodlibet sta a quanto pare provvedendo), in Giù la piazza non c’è nessuno regala un romanzo monumentale, dall’architettura complessa – nonostante le apparenze.

Di che cosa parla, infatti? Della vita di una bambina, cioè lei. Di Treia nelle Marche. Della cucina di casa, dei mobili, delle strade, dei nomi della gente. Degli zii, di cui la piccola Dolores sa poco o nulla, se non che sono troppo vecchi per una bambina: lui è un prete un po’ alchimista e lei una donna dal passato insondabile, di cui non s’osa domandare. Dolores Prato inizia a scriverlo intorno al 1973. Nel 1975 s’avvia la vera e propria collazione degli appunti – una miriade. E non affatto a caso, fu Stefano D’Arrigo a dare il la a quest’opera. Che è una sorta di corrispettivo femminile di Horcynus Orca: la memoria come mito. È indubbiamente una poetica comune, la loro, con esiti di grandezza non dissimili.

Prato racconta la sua Treia, salta di palo in frasca passando per le parole e il loro senso più profondo, si sofferma sui dettagli più minuti, raffigura quel mondo suo lontano (a lei e a noi) con una intensità presente. È strabiliante il suo rapporto con il tempo – che la forza della scrittura trasmette immediatamente al lettore: «Una volta, non so proprio come fu, passando avanti a un chincagliere fui tanto presa da una cucinetta economica per bambole, tre fornelli, canna fumaria, sportelli, colori rosso e blu». O ancora, insieme a lei, nel negozio di stoffe della signora Eloisa, a Macerata: «Non si deve pensare che le stoffe fossero arrotolate, no, erano avvolte attorno a un grosso cartone rettangolare. Quando la signora Eloisa ne svolgeva qualche metro perché la zia la tastasse, la vedesse bene nei suoi riflessi, la pezza ribaltava sul bancone con un tonfo legato per sempre a lei».

Il romanzo si snoda tutto così, nei fluviali ricordi, nella rivisitazione viva di quel luogo dell’infanzia. Treia non perde realtà, attraverso la memoria. Anzi. Diventa un po’ la Macondo dei Cent’anni di solitudine un po’ la madeleine della Recherche, o forse nulla di tutto ciò. Qualcosa d’altro, di unico. Difficile, se non impossibile, raccontarlo, tentare un sunto della trama: è un racconto d’infanzia. Forse la solitudine, la condizione equivoca di questa bambina frutto di una relazione illegittima, un po’ ripudiata e un po’ no, l’ha dotata di un particolare spirito di osservazione. Ma non basta, attingere ai ricordi lontani: Dolores Prato non fa soltanto questo. Nell’evocare crea il suo piccolo grande universo. Certo che Giù la piazza non c’è nessuno è un libro di una bellezza che fa male. A «scoprirlo» ci si sente in colpa, per non essersene accorti prima.

Autore: Dolores Prato
Titolo: Giù la piazza non c’è nessuno
Edizioni: Quodlibet
Pagine: 702
Prezzo: 8

 

Fonte: www.lastampa.it

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