Saviano: il messaggio di Ken

di Roberto Saviano

Uno scrittore africano scomodo e odiato dalle multinazionali. Giustiziato dal regime nigeriano per le sue parole di coraggio e libertà. L’autore di ‘Gomorra’ ha letto il suo diario dal carcere, appena uscito in Italia. E ne ha tratto un insegnamento che vale in tutto il mondo

(12 ottobre 2010)

Una protesta contro il governo nigeriano nell anniversario dell esecuzione di Saro-Wiwa
Una protesta contro il governo nigeriano
nell’anniversario dell’esecuzione di Saro-Wiwa
 
Avrebbe dovuto essere una notizia da prime pagine. Da rimbalzare a tutto volume dai telegiornali. Una di quelle che fa scrivere migliaia di post nei forum di Facebook. Una notizia che avrebbe dovuto far fermare il fiato ai lettori più colti e accelerare i battiti cardiaci a quelli più distratti. Una notizia che ti fa capire il peso specifico dell’impegno, il valore della parola, il terrore del potere, il colore degli affari. Invece tutto passò sotto silenzio. Nel rullo quotidiano delle notizie, eccone una come altre. Una meno interessante delle altre, perché proveniente dall’Africa, il continente che genera meno titoli sui quotidiani e meno interesse in assoluto in Italia. Eppure la Shell, la compagnia petrolifera anglo-olandese, una delle più grandi multinazionali del mondo, veniva rinviata a giudizio per la morte di Ken Saro-Wiwa e di altri intellettuali nigeriani.

Una multinazionale, uno scrittore. Questa era la notizia (vedi box). Un autore di romanzi, articoli, libri, proclami. Un uomo pacifico, fragile, solo: dall’altra una multinazionale, tra le più potenti del mondo. Per decenni, organizzazioni ambientaliste, associazioni politiche hanno cercato di portare in tribunale le multinazionali per i disastri ambientali da loro provocati, per come hanno sfruttato le risorse della Terra. Non ci sono mai riuscite, ma negli Stati Uniti una avvocatessa Jenny Green del Center for Constitutional Rights di New York si è appellata a una legge meravigliosa che permette di processare un’azienda anche se quell’azienda non è americana; è sufficiente che faccia affari in America. Così la Shell è stata chiamata a rispondere della morte di Ken Saro-Wiwa. L’accusa: avere fatto pressioni sul governo nigeriano perché eliminasse il disturbo mediatico principale. Non un politico, non un guerrigliero, ma uno scrittore, una persona che parlava alla gente, un africano e che usava l’arma potente della letteratura, della narrazione. Alla fine la Shell ha evitato il giudizio e ha pagato. Ha patteggiato dichiarando di non avere colpe, ma ha pagato. Quindici milioni di dollari. È questo, evidentemente, il prezzo della vita di uno scrittore. Le pagine che questo scrittore ha datto alle stampe hanno raccontato, facendole diventare universali, le store delle parti di mondo che dovevano restare isolate, se non per un accenno in cronaca estera di una solita e banale guerra. //

Oggi, Ken Saro-Wiwa torna in libreria in Italia con un’opera che racconta la sua prigionia. “Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio” (Baldini e Castoldi). In occasione del 15esimo anniversario della sua esecuzione, avvenuta il 10 novembre 1995 insieme a quella di altri otto militanti del Mosop (il Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni), è stata infatti pubblicata una nuova edizione di questo libro – con la prefazione del Nobel Wole Soyinka – che contiene il diario del mese e un giorno di detenzione dello scrittore. In realtà si tratta di una vera e propria autobiografia politica, e anche del suo testamento, nonché di un atto d’accusa rivolto al giudice del tribunale militare che lo aveva condannato. Nel libro poi ci sono varie lettere: corrispondenza con gli amici, messaggi di cordoglio inviate alla famiglia da personaggi come Nelson Mandela, Ethel Kennedy, Chinua Achebe, Ben Okri, Harold Pinter, Salman Rushdie, Arthur Miller, Susan Sontag, Nadine Gordimer. Infine: le commoventi parole scritte dal figlio dopo la morte del padre.
In questo libro è narrato tutto il rapporto tra Ken, uno scrittore, e la sua gente il popolo Ogoni. C’è il racconto di un’Africa che sceglie la via pacifica per cercare di conquistare i diritti. Ken Saro-Wiwa scrive in questo diario della prigionia: “Ci hanno fatto questo: hanno trasformato i nostri campi di melanzane rosse e di meravigliosi pomodori in una putrida e fetida poltiglia”. E ancora: “Dopo il massacro della nostra gioventù è arrivata la piaga delle piattaforme petrolifere e altra morte per i terreni coltivati e per i santuari dove vivono i pesci e quelle eterne fiamme che trasformano il giorno in notte e avvolgono la terra in finissima fuliggine”. Lo scrittore venne arrestato dal regime nigeriano con un pretesto: lo accusano di aver incitato all’omicidio alcuni avversari del suo Movement for the Survival of the Ogoni People (Mosop). Una balla che il regime non riuscì mai a dimostrare. Non ci furono verifiche né interrogatori, non ci fu una possibilità reale di difesa. È un meccanismo solito dei regimi e spesso anche delle democrazie. Quando un intellettuale riesce ad emergere e a parlare a un gran numero di persone il potere trema, le imprese pure: è come se si trovassero di fronte a qualcuno che sta svelando come funzionano le cose. E la paura cresce quando si tratta di uno scrittore, che lo sta facendo in modo pacifico. Le accuse e i consigli sono sempre gli stessi: lo fa per arricchirsi, non seguitelo. E si dice che lo scrittore i suoi nemici personali li elimina: in fondo è uguale al regime che critica. Tutti uguali, insomma.

Nel libro sono meravigliose e istruttive le pagine con le quali lo scrittore tenta di costruire la propria difesa. Non permisero che le leggesse al processo. Le cito: “Tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale”.
L’esecuzione di Ken Saro-Wiwa fu terribile. In Nigeria mancava il know how. I boia non uccidevano da moltissimo tempo. Hanno fatto male il nodo scorsoio e per quattro volte hanno lanciato il corpo di Ken oltre la botola. Il cappio non gli spezzava il collo ma lo strozzava semplicemente, allora lo ritiravano su. E lui – è scritto, lo ha testimoniato un poliziotto – ripeteva: “Ma perché mi fate questo? Com’è possibile?” Quattro volte. Alla quinta il nodo ha funzionato.

Era uno scrittore vero Ken Saro-Wiwa. Un autore che con la sua opera voleva svelare al mondo quanto stava succedendo in Nigeria. Nel romanzo “Sozaboy” ha dato ai suoi lettori un’idea precisa della guerra di Biafra. Le immagini ormai famose dei bambini con il volto scheletrico, il ventre gonfio e le gambe come stecchini, la vita dei ragazzi soldato, tutte cose che oggi diamo per scontate come tragedie dell’uomo conosciute dagli uomini, è stato lui a farle scoprire. Èd e lui che è riuscito, attraverso la potenza della letteratura, a diffondere queste storie, a renderle materia di cui si parla. E se il petrolio è il centro della battaglia letteraria, intellettuale e politica di Ken, occorre ripeterlo, era la parola la sua arma. Oggi i guerriglieri del delta del Niger, che si identificano con la sigla del Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) riferendosi senza citarlo a Ken dicono: “Qualcuno ha usato la parola ed è stato impiccato”. Ecco perché loro imbracciano i fucili: peccato.

La morte di Ken ha significato per la Nigeria la fine della lotta pacifica. Lo scrittore voleva una cosa semplice, che le grandi compagnie petrolifere, la Shell innanzi tutto, dividessero al 50 per cento i guadagni con chi vive sulle terre che davano i giacimenti petroliferi da loro sfruttati. Voleva che i proprietari naturali delle risorse che queste terre custodiscono, avessero un modo per vivere meglio grazie a quelle risorse. Non aveva una visione luddista o bucolica della realtà. Non pretendeva che non arrivasse nessuna trivella, o che ad avere gli appalti dovessero essere delle inesistenti società africane. Era un vero intellettuale, sapeva benissimo quale era la direzione che aveva preso la storia. Sapeva che l’Occidente aveva i mezzi, e l’Africa le risorse. Non era un delirante “difendi balene” come chiamava gli ecologisti radicali occidentali. Combatteva perché quel petrolio diventasse cultura: scuola, teatro, stadio, musica, palazzi, progetti, università. Voleva che quel petrolio fosse vita. E infatti Ken era famoso anche perché era stato autore e produttore della prima e la più vista sit-com africana, “Basi and Company”, che nelle sue intenzioni doveva far conoscere la realtà del Paese a un grande pubblico, divertendo. Veniva mandata in onda più o meno negli anni in cui in Italia si programmavano “Casa Vianello”, “I Robinson”, “A-Team”, “Miami Vice”. Ken faceva paura al potere perché le sue storie circolavano, perché se ne parlava a Londra, a Parigi, ma soprattutto in Nigeria.
In Italia Ken Saro-Wiwa lentamente sta arrivando a molti lettori. Fortunatamente sempre più italiani scoprono l’immenso talento di questo narratore africano che scriveva una lingua impastata di suggestioni coloniali, uno slang che se letto in originale inglese, dà la sensazione come se la lingua danzasse tra i denti e rimbalzasse sul palato. È quasi impossibile tradurla. I bravi interpreti italiani (vedi box) ne rendono spesso bene le sonorità. E allora dobbiamo ringraziarli. Così come bisogna dire grazie al Teatro degli Orrori, un gruppo che ha dedicato un suo brano allo scrittore, e anche a Socrates il suo primo editore italiano (pubblicò le poesie “Foreste di Fiori”: opera poetica, di primissimo livello). E, infine, grazie a Baldini e Castoldi che ripubblica le sue opere.

Quando finiscono le pagine di “Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio”, quando terminano le pagine con le lettere che Ken scriveva a Ken junior suo figlio, torna alla mente una meravigliosa poesia scritta da lui in cella: “La vera prigione”, e che il figlio adorava citare. Quelle parole sono la sintesi più vera di tutta la sua opera.
Eccole:
La vera prigione
Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nell’umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni di cibo
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
È questo
È questo
È questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.
© Riproduzione riservata
Copyright 2010 by Roberto Saviano / Agenzia Santachiara
Fonte: L’espresso – Pubblicato il 12 ottobre 2010
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