MUSSO: I BESTSELLER USATI COME TERAPIA

Fra i milioni di lettori e lettrici di Guillaume Musso, qualcuno lo ha definito “il genero ideale”. Bisogna riconoscere che il trentaseienne autore francese rappresenta un mix attraente, capace di unire una straordinaria popolarità alla semplicità. Ne va di sicuro fiera la mamma, una delle tre lettrici di fiducia dei suoi manoscritti, della quale racconta, «Mia madre era bibliotecaria, ho ricevuto molto presto una cultura classica. Mi suggeriva Dostoevskij, Tolstoi, Proust, ma anche gli autori popolari: Agatha Christie, Stephen King, Dumas». Con il risultato che Guillaume è il secondo autore più letto in Francia, sei milioni e mezzo di copie, sei titoli tradotti in trentuno lingue, quattro film tratti dai suoi romanzi, un successo planetario e travolgente in paesi come la Corea. E che non ha complessi ad affermare di «amare la letteratura popolare, anche se potrei passare tre ore a parlare di Flaubert». Perché l’ amore qualche volta ha paura (pagg. 308, euro 18,90) è il suo ultimo romanzo, appena uscito da Sperling & Kupfer. È necessario ignorare sia il titolo – fa tanto Muccino, è indistinguibile dai precedenti ( Chi ama torna sempre indietro, Ti vengo a cercare e così via) – che la copertina, per potersi addentrare, e farsi catturare, dalle pagine del romanzo. I personaggi sono quasi stereotipati: una ragazza unisce il destino di un giovane poliziotto bravo ma sfigato e di un ladro scaltro ed elegante simil Lupin, somigliante a Sean Connery e che ha – per colmo di dovizia i gusti raffinati di James Bond. Musso inizia alla chetichella, mette il lettore suo agio, offre un buon intrattenimento. Una volta preso all’ amo il lettore, lo scrittore di Antibes alza il tiro e lo coinvolge in un intreccio cui dà profondità l’ aspetto fantastico della near death, l’ esperienza di premorte che è un po’ la sua cifra. «Il côté soprannaturale è l’ espediente drammatico con cui affronto temi delicati come il lutto, l’ assenza, la morte: ricevo lettere di medici, di gente malata o in lutto, di operatori che si servono dei miei libri in terapia. È lo stesso metodo della Rowling o della Meyer, che utilizzano la magia o i vampiri per scrivere dei racconti iniziatici classici. Molti lettori si appropriano delle mie storie e mi ringraziano per la resilienza – nel senso di capacità di recupero dalle avversità – dei miei personaggi». Un’ empatia che nasce in un giorno preciso, a 24 anni. «Nella mia vita c’ è un prima e un dopo. Ho avuto un incidente stradale nel quale ho sfiorato la morte e mi ha reso cosciente del lato tragico e vulnerabile della vita». Banalità? Forse. Eppure non sono tanti gli scrittori capaci di utilizzare il trampolino della popolarità per tentare il cammino verso la ricerca di uno spessore. E che hanno un rapporto reale con i lettori: «Passo un’ ora al giorno a leggere i messaggi. Faccio trenta o quaranta sedute di firme all’ anno. Al salone del libro di Parigi ci sono volute cinque ore per esaurire la fila dei lettori. È un piacere, i lettori per me non sono astratti. Non scambierei mai una buona recensione contro il piacere di vedere qualcuno leggere un mio libro nel metro. Ho il gusto della gente, la metropolitana, come dice Françoise Sagan, è la più grande biblioteca del mondo». Forse per questo predilige l’ ambientazione americana. «Ci ho vissuto a diciannove anni, ci torno spesso, anche se mi sento profondamente francese. Avrei difficoltà a descrivere Antibes, il mio quotidiano. Per inventare mi è necessario lo scarto fisico e temporale. New York è così presente nell’ inconscio collettivo che si può credere all’ incredibile, c’ è un’ atmosfera a volte soprannaturale. Ha molta forza, si sa ricostruire dopo i peggiori attentati, ed è un luogo che ha i caratteri della tragedia classica, un teatro ideale per l’ unità di tempo, luogo e azione». L’ etichetta di scrittore popolare non lo disturba e anzi ne è soddisfatto: «se prima potevano seppellirmi sotto l’ indifferenza, adesso mi devono affrontare, è un gioco delle parti». Gli spunti per le storie gli vengono da lontano e da lontano viene anche Skidamarink il suo primo romanzo, «l’ ho scritto prima di Dan Brown anche se parla della Gioconda. Vorrei dedicarmi al teatro e a una sceneggiatura originale. E prima o poi tornare al liceo: l’ insegnamento dell’ economia ai ragazzi è un mestiere che mi ha dato molto. E vorrei viaggiare, fare un bambino e continuare la storia d’ amore con i lettori».

di Pico Floridi

Fonte: Repubblica — 12 febbraio 2010   pagina 54   sezione: CULTURA

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