Quella lettera d’ addio di Virginia Woolf è un noir struggente

di Nadia Fusini

Il bastone di Virginia Woolf è il titolo del racconto che Laurent Sagalovitsch imbastisce intorno a quell’ oggetto – il bastone, appunto – che la scrittrice lasciò piantato sulla riva del fiume Ouse il 28 marzo del 1941, mentre lei guadò le acque in cammino verso l’ eternità. Lo scrittore parte da lì, da quella “firma al bordo del fiume” per raccontare la storia di un atto, che si dispiega attraverso le parole di Virginia stessa, riprese pari pari dal suo diario; attraverso quelle del marito Leonard e della governante Louie. Come interpretano i due l’ azione di Virginia in questo racconto? Leonard sembra colpito in modo irreparabile dall’ angoscia del sopravvissuto. Leonard l’ ebreo, l’ illuminista, il socialista, il razionale Leonard non elabora teorie sulla morte di Virginia, elabora piuttosto il lutto nella forma di un senso di perdita incolmabile, di una nostalgia pervadente e pervasiva per la fine di un’ unione in ogni senso incomparabile. Louie, il cuore semplice del racconto, non giudica: comprende il suicidio di Virginia come una risposta possibile all’ esperienza dell’ orrore che l’ epoca tutta sta vivendo. Del resto, il marito di Louie, altro cuore semplice, tornando dalla guerra s’ era ucciso. E anche quella volta lei aveva capito. Sì, esiste quell’ opzione. È nelle cose. Non necessariamente il gesto di una creatura debole, né un gesto di vendetta da parte di una creatura irata, il suicidio affonda il suo segreto nell’ anima di chi lo compie, e agli altri rivela nient’ altro che questo, forse: il sentimento di una profonda estraneità. Il racconto di Sagalovitsch culmina nella citazione del breve biglietto in cui Virginia comunica a Leonard l’ intenzione del suo gesto. Virginia non si scusa, non si giustifica, non chiede perdono: assolve Leonard. È questo il suo dono. È importante che Leonard non venga accusato da nessuno, né accusi se stesso. Lui le ha donato “l’ assoluta felicità”. Non “avrebbe potuto fare di più”. Lo ripete due volte: all’ inizio e alla fine della lettera. “Tutti lo sanno” che se lei ha vissuto finora è stato grazie a lui, alla felicità che insieme loro due hanno creato. Sagalovitsch costruisce intorno a questo biglietto il pathos di una storia d’ amore, e morte. E ne fa un mélo. Partecipe, commovente, poetico. Per me invece la morte di Virginiae in particolare quel biglietto sono un noir. Il noir riguarda il movente della morte e l’ ora in cui Virginia ha scritto il biglietto. Perché di biglietti a Leonard Virginia ne scrisse in verità due, e uno alla sorella. E malgrado quello che dice Leonard stesso e ripete il nipote Quentin Bell nella biografia che scrive della zia qualche anno dopo, i tre biglietti rivelano che da giorni Virginia pensava al suicidio. Addirittura ci aveva già provato il 18 marzo, quando come Leonard stesso confessa la trovò in mezzo ai campi tutta bagnata, fradicia. Lei disse di essere caduta giù al fiume, e Leonard le credette… Dunque, il suicidio era premeditato. Non era frutto dell’ impulso del momento. E se avesse capito con quale ordine di idee Virginia intratteneva la sua mente, Leonard avrebbe potuto fare qualcosa… Se Virginia ripete nel biglietto d’ addio che Leonard è innocente, è perché sa che ci sarà, come ci sarà, un’ inchiesta e in ogni modo vuole scagionare il suo “compagno di prigionia”. Perché tale è diventata l’ esistenza per lei. Negli ultimi tempi Virginia si identifica sempre di più alla condizione dell’ ebreo. Si sente “ebrea”. Come Leonard. Quanto al movente, esso si intreccia con questo sentimento. Oltre che una scrittrice, Virginia è una pensatrice. Una pensatrice “impolitica”. Basta leggere le Tre Ghinee, l’ atto di accusa più esplicito della violenza ottusa del fascismo in tutte le sue forme. Il problema è il male: come giustificarlo? Non è una questione religiosa né per Leonard, né per Virginia. I quali come tutti i loro amici di Bloomsbury sono laici,e se si fanno la domandaè dal punto di vista di chi ha pensato di poter costruire un mondo più giusto. Nuove forme di pensiero – avevano creduto – avrebbero generato una vita nuova. E invece! Fu l’ urto di una violenza spropositata che spezzò la volontà di vita di chi voleva vivere la vita all’ altezza di un pensiero di giustizia. Nella mia biografia della scrittrice, Possiedo la mia anima, il segreto di Virginia Woolf, alla fine faccio l’ elenco di artisti che come lei si tolsero la vita in quegli anni: il pittore Mark Gertler, la suffragetta e pacifista Helena Swanswick, lo scrittore pacifista Ernst Toller. Joseph Roth. Walter Benjamin. Walter Hasenclever. Stefan Zweig… Il movente era per tutti lo stesso, credo. Come dice uno dei due becchini nell’ Amleto a proposito del suicidio di Ofelia: si è annegata per legittima difesa.

Fonte: Repubblica — 16 gennaio 2010   pagina 40   sezione: CULTURA

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