Paura doppia

di Marco Belpoliti

Da qualche tempo Domenico Starnone pubblica romanzi costruiti su un doppio binario: sul primo scorre la storia, in questo caso (‘Spavento’, Einaudi, pp. 290, e 20) quella di Pietro Tosca, sceneggiatore sessantanovenne, e sul secondo c’è il narratore del racconto che stiamo leggendo, che non necessariamente coincide con il nome in copertina, ovvero con l’autore stesso.

Il punto di contatto tra i due personaggi, quello raccontato in terza persona e quello in prima, in questo libro è la malattia. Meglio: la malattia che sopravviene nella vecchiaia. Una malattia che si lega indissolubilmente alla sessualità.

Mentre scrive la storia di Pietro, con problemi alla prostata, il narratore ha un malore, viene ricoverato in ospedale. Lui e Tosca sono simmetrici e rovesciati, entrambi intrappolati con un problema che li attanaglia: la loro possibile morte. Il narratore ha solo 56 anni, ma qualcosa dentro di lui si è rotto, e la scrittura gli appare come il solo territorio in cui riesce a ristabilire un rapporto equilibrato con la vita. Tosca è il suo alter ego, così come il narratore appare l’alter ego dell’autore. Libro straordinariamente bello, scritto con una lingua fluida, elegante, raffinata, eppure così vicina al parlato – una lingua del monologo interiore che è però dialogo con i molti sé di se stesso – ‘Spavento’ è il libro della maturità raggiunta da Starnone, in cui il sarcasmo e il sentimentalismo, il cinismo e la corda patetica si bilanciano facendo del romanzo una riflessione appassionata e insieme disincantata sulla vita. Lo scrittore napoletano dà voce al silenzio del corpo, un silenzio interrotto solo dal male fisico, dalla malattia e della paura della morte, lo fa al meglio, sfidando l’ipocondria del lettore e la sua stessa paura.

Fonte: L’Espresso, 15 Gennaio 2010

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