Ali Smith

di Sebastiano Triulzi

Legge, legge moltissimo. Autrici note e meno note. Dalla finlandese Tove Jansson a Clarice Lispector, fino all’ australiana, Julia Leigh. Si dedica ai libri degli altri almeno quanto ai suoi, Ali Smith. È una delle voci più potenti della letteratura scozzese, nata nel 1962, e per ben due volte nella rosa dei finalisti del Booker Prize. Per Feltrinelli è ora uscita la sua quarta raccolta di racconti, La prima persona, in cui analizza la forma del narrare e insieme declina l’ amore femminile giocando sull’ ambiguità di genere tipica della lingua inglese. Come nelle precedenti raccolte, anche ne La prima persona lei esplora per lo più le prospettive dell’ amore lesbico. Perché? «Quando ci si trova di fronte all’ amore gli scrittori inglesi sono soliti usare la seconda persona, che, nella nostra lingua, è fondamentalmente un genere neutro. Lo so, in italiano non si può. Le mie storie raccontano, e suggeriscono, tutte le sfaccettature dell’ amore, nessuna esclusa. L’ amore riguarda tutti noi, uomini e donne, eterosessuali o omosessuali. Non credo che i racconti siano particolarmente malinconici. Ogni tristezza è temperata dalle cose divertenti che capitano e dagli aspetti piacevoli degli esseri umani». Per i suoi personaggi l’ ossessione più grande è quella di mancare il momento di un possibile contatto con gli altri – gli amanti, gli amici, i familiari. «Sì. Però sono anche molto interessata a quegli attimi in cui, pur talvolta fallendo, cerchiamo una connessione. Io li chiamo i momenti di grazia». Più volte lei sembra quasi fare un’ apologia dell’ arte del racconto. «È una azione fondamentale, un bisogno primario. Noi mangiamo, dormiamo, amiamo e raccontiamo, agli altri o a noi stessi, delle storie. Se osserviamo le forme che prendono le storie, se ne siamo consapevoli, possiamo anche capire le nostre azioni e le nostre esigenze vitali, così come il nostro talento, la nostra attitudine alla trasformazione». Che rapporto ha con la tradizione letteraria del suo Paese? «Mi ha insegnato che essere proteiforme è naturale, che la voce narrante può giungere da qualunque parte, che la storia è ordinariae anche immensamente potente. Ho respirato la stessa aria di Alasdair Gray o Muriel Spark, scrittori il cui slancio e presa della realtà si tramutava in un impegno politicoe metafisico, in una attenzione alla libertà della forma e all’ economia del pensiero». In generale, tra quanti si sono cimentati con il racconto breve, chi le piace di più? «Grace Paley e Katherine Mansfield. All’ inizio e alla fine del secolo scorso, Mansfield nella prima parte e la Paley nella seconda, ripresero l’ arte del racconto usando le loro tradizioni per trasformarla, riconsegnandocela piena di nuove possibilità. Loro hanno infuso nuova linfa vitale alla forma, al lettore e al mondo in cui le storie vengono lette». Nella sua raccolta lei gioca a riscrivere soggetti letterari molti noti, come il Fidelio di Beethoven. Che cosa è la riscrittura? «Ancora, significa che incontriamo il familiare, ciò che ci è noto, con nuovi occhi e che sappiamo che sebbene le cose sembrino fisse, niente è fisso». In Voci fuori campo ha invece compiuto una rilettura di Teorema di Pasolini. Che cosa l’ attrae in lui? «Il suo coraggio, la sua lungimiranza, la sua comprensione delle cose comuni e dell’ ubiquità della politica. E la sua feroce natura democratica. Ci ha fatto capire come una vecchia storia può sempre essere sempre una nuova storia». Per dieci anni ha lavorato all’ università. Poi ha abbandonato tutto, a causa anche di un malattia neurologica. Che tipo di disturbo era? «Circa quindici anni fa ho avuto la sindrome da stanchezza cronica. In una forma leggera, ma ne fui profondamente debilitata. È una condizione orribile, ti fa male ovunque, ogni cosa ti stanca. È come essere aggredito dalla vita stessa. Ti rende inerme e povero di fronte al momento presente, il che è tutto, perché il passato si allontana, irrilevante, e il futuro è inimmaginabile. È una malattia che suggerisce a tutti, non solo a chi ne soffre direttamente, che dobbiamo mettere in conto il cambiamento, che il tempo nonè necessariamente lineare, che la vita non prende una sola strada e che dobbiamo osservarla da più di una prospettiva».

Fonte: Repubblica — 16 gennaio 2010   pagina 42   sezione: CULTURA

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: