Orgoglio e pregiudizi quell’ epica lotta contro la schiavitù

di Leonetta Bentivoglio

Se Isabel Allende, scrivendo L’ isola sotto il mare, il suo ultimo, godibilissimo romanzo, voleva mostrarci che il disegno della Storia è tutto in bianco e nero, senza alcuna ambiguità né mezzi toni, laddove il bianco incarna il male e la decadenza della Terra, e invece l’ uomo nero punta il suo sguardo verso un auspicabile futuro di giustizia, svettando per ideali solidi e moralità vincente (indicazione perfettamente in linea con l’ era Obama), bisogna ammettere che la spettacolare autrice cilena, tra le più lette e vendute nel mondo, è riuscita nel suo intento. Nell’ affresco di questo feuilleton terzomondista, che ci immette subito in un vortice di immagini, temperature, odori e suoni dei tempi e luoghi nei quali scorre la vicenda, molto realistico nella minuzia dei dettagli, ma anche cosparso di guizzi leggendari o fiabeschi, e ubriacante nel registrare quel senso allucinato delle cose che caratterizza la letteratura tropicale, ci appaiono schierati da una parte gli invasori europei, padroni ipocriti, vili e perversi, bramosi di asservire, umiliare, violentare e corrompere, spinti soltanto dalla loro fame inesauribile di oro e potere; e dall’ altra spiccano i neri, rapiti all’ Africa e marchiati a fuoco dagli aguzzini bianchi,e ciò nonostante fertili di passioni, vicini alla magia della natura, consapevoli dei vincoli della solidarietà, sensibili al mistero imponderabile delle forze cosmiche, belli nei corpi lustri e setosi (le loro femmine sono opulente, con seni spesso colmi di latte) e tanto intrepidi in battaglia quanto capaci di abbandoni negli amplessi amorosi. Divisa tra una prima parte a Saint-Domingue, l’ attuale Haiti, e una seconda in Louisiana, dove brilla una New Orleans pregna di influssi caraibici, la trama corre tra il 1770 e il 1810, sullo sfondo di svincoli storici decisivi quali la Dichiarazione d’ Indipendenza degli Stati Uniti, lo scoppio della Rivoluzione Francesee l’ avvento del Consolato Napoleonico. Guida del romanzo è Zarité, una mulatta dotata d’ intelligenza acuta e dall’ indole tenace e coraggiosa, che a nove anni viene acquistata come schiava dal francese Toulouse Valmorain, proprietario di una piantagione di canna da zucchero a Saint-Domingue. Sbarcato nel porto di Le Cap quando ancora credeva nel liberalismo di Rousseau inculcatogli dalla Francia illuminista, Valmorain assume in fretta le sembianze di un turpe dominatore che tratta i suoi schiavi come carne da macelloe sposa senza rimorsi le opinioni dei grands blancs, i coloni che occupano l’ isola, convinti che i neri siano esclusivamente merce da sfruttare e strane bestie che «non soffrono quanto i bianchi, i quali non sopporterebbero tanti abusi e fatiche». Negli anni Zarité, detta Tété, tollera con robustezza d’ animo le sue insultanti prepotenze anche sessuali, restando interiormente fiera e non rassegnata, ben radi cata nel proprio cuore generoso. Con la sua sapienza istintiva della vita e degli affetti, diventa sempre più abile nel curare, nutrire e sostenere. È lei a farsi carico delle sventure della moglie di Valmorain, una florida spagnola che il clima stregato e i numerosi aborti hanno finito per trasformare in una misera creatura senza senno, e anche del piccolo Maurice, l’ unico figlio che la dama ha generato. E quando a Tété succede di restare incinta per gli stupri reiterati del padrone, il bambino le viene tolto (ma come in ogni feuilleton che si rispetti sarà adottato, e noi non perderemo mai le sue tracce). Alla seconda gravidanza di Tété nasce una bambina, la bellissima Rosette, che stavolta Valmorain le fa tenere in casa e allevare accanto al solo figlio riconosciuto dallo schiavista, il vibrante Maurice, ignaro del legame di sangue con la sorellastra e innamorato di lei, in un crescente incesto fusionale, ovviamente catastrofico nelle conseguenze, che rammenta le buie voluttà di Cime tempestose. Quanto a Tété, viene premiata da una vera felicità amorosa nei suoi incontri clandestini con Gambo, schiavo-guerriero che si rivelerà capace non solo di evadere, ma d’ incoronarsi tra gli eroi dell’ insurrezione sanguinosa (realmente avvenuta) che a fine Settecento sconvolge l’ isola e porta gli schiavi al trionfo, costringendo Valmorain a scappare in Louisiana. Qui Tété lo segue per amore dei bambini, e nella nuova America potrà ottenere finalmente l’ agognato riscatto, prima di affrontare lunghi anni sereni e un’ invidiabile vecchiaia, per poi raggiungere al galoppo gli spiriti conciliatori dei suoi avi nella fantasticata «isola sotto il mare» che dà il titolo al libro. Il tutto ci si riversa addosso in un incalzante rimescolio di razze, culture, tipi umani: prostitute, chevaliers, maghe indovine e guaritrici, mercanti, soldati, luridi negrieri, scaltre cocottes, creoli di antico lignaggio, custodi neri degli schiavi perfidi come kapò, profetici sacerdoti vudù e campioni isolati di abolizionismo (come Padre Antoine, un impavido Don Cristoforo in profumo di santità) in lotta contro le atrocità razzistiche e oscurantiste del contesto. Mali presenti, rintracciabili, ostinati: riferisce la Allende d’ essersi tuffata in questa parabola coralee grondante di emozioni per dirci che oggi, nel mondo, 27 milioni di persone vivono in stato di schiavitù.

L’ISOLA SOTTO IL MARE

di Isabel Allende

Feltrinelli, p.320

Euro 19,50

Fonte: Repubblica — 05 dicembre 2009, pagina 48, sezione: CULTURA

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