Sabur. Racconti d’amore e di massacro

“Il giorno è l’altra faccia della notte. La vita è l’altra faccia della morte. La strada è l’altra faccia del cimitero” dice Alda Radaelli, autrice del libro “Sabur. Racconti d’amore e di massacro”. Sabur è una parola di origine ottomana che per i musulmani significa tolleranza, pazienza, autodisciplina. Queste tre caratteristiche sono le conduttrici lungo le quali si snoda l’intero volume che narra soprattutto di Sarajevo, la città rimasta sotto assedio durante la guerra dell’inizio degli anni Novanta del secolo scorso.
Il ritratto che Radaelli offre è quello di un Paese, la Bosnia ed Erzegovina, devastato dalla guerra, dove le cifre parlano da sole: duecentomila morti, due milioni di profughi interni ed esterni, un numero di invalidi in continua crescita anche dopo la cessazione delle ostilità a causa dei tre milioni di mine sparse e non individuabili perché costruite in plastica; una nazione dall’economia sconquassata che oggi raggiunge punte di disoccupazione dell’80%.
Se da una parte il libro si struttura su un impianto storico, intenzionato a gettare qualche intuizione esplicativa circa la complessità del territorio e la natura delle diatribe secolari, dall’altra parte “Sabur” è soprattutto un racconto fatto di persone. Un ininterrotto ritratto di uomini, parafrasando Ivo Andric, “cittadini che, su ciò che più li inquieta, sorvolano”.
Infatti nella raccolta di racconti, che si snodano lungo la perimetria delle quattro stagioni, trovano posto persone come Aida, “alta, slanciata, occhi a mandorla, un bel nasino, una bocca perfetta”; una ragazzina che a quattordici anni è trapassata, nello stomaco, fegato e intestino, dal colpo di un cecchino rintanato sui monti. Persone che deambulano ferite, nell’anima prima ancora che nel corpo, dimenticate dalla storia contemporanea che fa fatica a digerire ciò che non è bianco o nero, dove la demarcazione tra vinti e vincitori si fa più sfumata. C’è il racconto intergenerazionale di Sejo, uomo di una cinquantina d’anni, nato in campo di concentramento, di un’altra guerra, quella del 1943.
Il linguaggio è fortemente evocativo, di chi ha vissuto ciò che narra; riproponendo emozioni difficilmente condensabili con un linguaggio efficace.
E’ un mondo, quello riprodotto dalla Radaelli, in cui i mulini, il vicino di casa, parole come stadio oppure prigioniero diventano grimaldelli con cui scardinare una solitudine, soprattutto quella maschile, che impone alla donna il difficile compito di interpretarne i silenzi. Anche per questo “Sabur” è un libro scritto con passione, di chi conosce, per non dimenticare e ricordare sempre come il male sia banale e che come tale si annidi in ogni società e in ogni tempo.

di Alen Custovic

“Sabur. Racconti d’amore e di massacro”
di Alda Radaelli
Infinito Edizioni,
pagg. 139, euro 12,00

Fonte: Il Sole 24 Ore, 19 Novembre 2009

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