Sepolto da una risata

Gli anni feroci sono i nostri. Cominciati alla fine degli anni Ottanta, e non ancora terminati. Sono gli anni del cinismo di massa e del risentimento allargato, anni in cui il sentimentalismo dei due decenni precedenti ha partorito il proprio opposto, seppellendo sotto un’implacabile slavina le nostre vite. Di questi anni Riccardo Bocca, inviato de ‘L’espresso’ se ne fa narratore preciso e inclemente (‘Gli anni feroci’, Rizzoli, pp. 228, E 18,50).

Il suo protagonista, Alberto, è un quarantenne acidulo e svagato, cinico ingenuo, macchina che produce infelicità per sé e per gli altri. Alberto ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità per una risata esplosa in faccia al Divo Giulio Andreotti, durante una conferenza all’università. Catapultato in tv, Alberto diventa, per un breve ma glorioso periodo, un divo lui stesso reiterando la risata che ha seppellito il politico Dc. Ma poi la gloria finisce. Cacciato dalla tv che l’ha promosso, si ricicla come guru di manager, adepto verboso della religione del profitto allargato. La sua è una storia triste e terribilmente veritiera.

Lo scrittore porta Alberto sul palcoscenico del racconto, lo espone allo sguardo dei lettori, lo fa pensare e parlare senza rete e senza pietà. Più il romanzo precipita nel grottesco del fallimento sentimentale e famigliare, nella sindrome degli irrisolvibili problemi tra genitori e figli, nella politica-scatolone-detersivo, più aumenta il tasso di veridicità, e più tutto appare patetico, vergognoso. Ma Alberto non si vergogna mai; il suo unico stigma sentimentale è la depressione. Gli anni feroci sono un romanzo inclemente e senza redenzione.

di Marco Belpoliti

Fonte: L’Espresso, 16 Ottobre 2009

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