Rose Tremain

Dimenticate la metropoli che avete visto come turisti e studenti, dimenticate le luci al neon di Piccadilly, il lusso dei grandi magazzini Harrods, i ristoranti e i locali notturni alla moda, la City dei banchieri e i castelli delle principesse. C’ è un’ altra Londra, più cupa, più dura ma anche più sentimentale e inattesa, nelle pagine di In cerca di una vita, il romanzo di Rose Tremain, da anni autrice inglese stimata da critica e pubblico, che con questo libro (ora pubblicato in Italia da Tropea) ha vinto il prestigioso Orange Prize e venduto 350 mila copie, diventando un caso letterario. È la storia di Lev, immigrato polacco, che sbarca a Londra senza un soldo, senza conoscere nessuno, praticamente senza sapere l’ inglese,e la scopre con gli occhi di un Oliver Twist adulto e straniero. La ricerca di un lavoro e di una casa, l’ incontro con nuovi amici e nuovi amori, la nostalgia per la patria e la famiglia che si è lasciato alle spalle, il dilemma del rimanere o tornare, sono le tappe di un’ odissea in cui riecheggiano Dickens e Steinbeck. Un libro che sembra fatto apposta per farci riflettere sulle ansie e le opportunità suscitate dal nuovo mondo senza frontiere creato dalla globalizzazione. Alla fine del libro lei ringrazia una persona che l’ ha messa in contatto con un gruppo di immigrati polacchi. Il romanzo è ispirato alle loro storie? «Sì e no. I due personaggi principali, due uomini, sono pura invenzione. Gli immigrati polacchi con cui parlai erano tutte donne, ma attraverso le loro storie sono entrata nel mondo dell’ Europa dell’ est, nei genitori o parenti che gli immigrati si lasciano alle spalle, nel conflitto tra la terra di origine che viene rifiutata e la nuova terra che non sempre riescono a comprendere». Allora da dove le è venuta l’ idea per la vicenda di Lev, il suo protagonista, immigrato est europeo che cerca di rifarsi una vita nelle strade di Londra? «Da un documentario che vidi una sera in tivù, su un uomo come lui, che viveva all’ addiaccio, vicino a uno scantinato, alla periferia estrema della capitale britannica. Negli anni ‘ 50, quando io ero bambina, conoscevo quella parte della città, era usata per i magazzini di carbone che col suo fumo anneriva il profilo di Londra. Erano luoghi proibiti per noi, una zona sporca e sinistra. Mi fece effetto pensare a un uomo che viveva in quello stesso posto, a poca distanza dalla Londra delle mille luci che conoscono i turisti. L’ ispirazione per Lev partì da lì». La Londra della sua storia ricorda la spaventosa e derelitta Londra di Dickens più che la Londra scintillante degli anni del blairismo. Com’ è, oggi, la vera Londra, secondo lei? «Nel corso della mia vita è diventata una città molto più spietata, senza cuore. Il gap tra ricchi e poveri si è ingigantito ed è oggi molto visibile: un turista non se ne accorgerebbe in centro, ma basta allontanarsi un po’ per notarlo. Io vivo nel quartiere di Hampstead e a pochi isolati dalle eleganti case vittoriane della classe benestante ci sono appartamenti avvolti nella miseria, nella violenza, nel più sordido alcolismo. Quella è una Londra non molto diversa dalla Londra di Dickens ed è in quella Londra che si ritrova il protagonista della mia storia, come succede a milioni di altri immigrati di ogni nazionalità». Allora vuol dire che Londra capitale multietnica e multiculturale è solo una facciata? Eppure se milioni di immigrati continuano a venirci significa che offre loro più opportunità che altre metropoli. «Penso che il romanzo rifletta quel che il multiculturalismo ha prodotto di buono e di cattivo. La polizia che disprezza gli immigrati, sospetta di loro per ogni reato. Lo shock dei nuovi arrivati davanti al gran numero di inglesi obesi: se quello è l’ ultimo stadio del benessere, perché rincorrerlo? Ma l’ immigrato Lev incontra anche persone gentili, amici, inglesi in condizioni simili alle sue. Londra è un luogo di grandi op portunità, dove ogni genere di aspirazioni possono diventare realtà; ma devi essere piuttosto duro per viverci e per realizzarle». Il suo romanzo è anche una riflessione sulla paura o paranoia degli immigrati stranieri, questa malattia che contagia le classi medie di tanti paesi europei colpiti dal cambiamento. «Il fatto è, come rivela la mia storia, che questi immigrati vengono a fare lavori che la popolazione indigena non vuole più fare: raccogliere frutta, fare i camerieri, i lavapiatti, le badanti, e così via. Non credo che la Gran Bretagna o altri paesi debbano chiudere le porte agli immigrati, anzi hanno bisogno di lasciarle aperte.E poi gli immigratia volte non vengono per sempre, dopo un po’ tornano a casa loro, come si è visto in Inghilterra e come accade anche nel mio romanzo». Riscoprire l’ importanza delle proprie radici: è questo il messaggio del suo libro? «Invecchiando, io stessa comprendo quanto siano importanti le nostre radici familiari e culturali. Ma il messaggio vero del libro è un altro: ognuno di noi deve scoprire il luogo a cui appartiene. Può darsi che sia un posto antico, a cui deve far ritorno, o uno nuovo, verso cui emigrare. Dipende dalle persone, dalle situazioni, dal momento». La narrativa inglese di maggior successo dell’ ultima generazione ha accompagnato e raccontato il mito della Cool Britannia, la nazione alla moda, vincente, divertente, degli anni di Blair. L’ ha sorpresa il successo del suo romanzo, più ispirato a Steinbeck e Dickens che alla Londra trendy? «Il successo è sempre sorprendente, nessuno ne possiede la formula garantita. Il mito della Cool Britannia è stato probabilmente esagerato, ma è indubbio che la Londra di questi anni ha prodotto un sacco di gente giovane, energica e con qualcosa di creativo da esprimere, e la nostra narrativa di questo periodo ne è stata un riflesso. Nel caso del mio romanzo, a parte l’ attualità del tema immigrazione, io credo che il successo dipenda dalla forza dei personaggi: in particolare da un uomo, il protagonista, Lev, che è al tempo stesso incerto e appassionato, e che molti lettori trovano adorabile per questa particolare combinazione. Una mia amica mi ha detto che si è così innamorata di Lev da temere che abbia messo in crisi il suo matrimonio! Ma non era questo il mio intento, naturalmente». L’ AUTORE Rose Tremain è nata a Londra nel 1943, è scrittrice e sceneggiatrice. Tra i suoi romanzi “L’ angelo della musica”, “Quando l’ ho incontrata” editi dal Saggiatore e “Il colore” (Tropea)

di Enrico Franceschini

Fonte: http://www.repubblica.it – Sezione: Almanacco dei libri, 17 Ottobre 2009

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