I fantasmi dell’Amazzonia

Ha impiegato oltre dieci anni, Jean-Marie Blas de Roblès, per scrivere Alcântara, un romanzo enciclopedico e barocco, che centrifuga senza paura erudizione e avventura, esotismo e filosofia, ironia e passione. Frutto di un accumulo certosino di materiali, luoghi, tempi e idee, quella dello scrittore francese è un’ opera ambiziosa e sfrontata, un vertiginoso caleidoscopio ricco di andirivieni temporali e repentini scarti stilistici che catapulta il lettore in una foresta di storie, in cui si trova di tutto: il passato e il presente, la vecchia Europa e l’ Amazzonia, Umberto Eco e Indiana Jones, il linguaggio teologico e le peripezie picaresche, le bassezze della politica e i tormenti dell’ amore. Il tutto immerso in un alone di leggenda e di magia. A cominciare da Alcântara, una città quasi fantasma del nord del Brasile, i cui fasti della colonizzazione portoghese sono stati inghiottiti da una natura lussureggiante e da un inesorabile declino. Qui vive un giornalista alla deriva, Eléazard von Wogau, cui un giorno perviene un misterioso manoscritto settecentesco – ritrovato miracolosamente in una biblioteca di Palermo – che ricostruisce la vita e le opere del gesuita Athanasius Kircher, genio multiforme del XVII secolo, nonché studioso delle più svariate discipline, dalla matematica all’ ottica, dalla vulcanologia alla cabala. Il protagonista ne segue le affascinanti avventure in giro per l’ Europa devastata dalla guerra dei trent’ anni, rivelando le molte qualità di questo “maestro dei cento saperi” che fu l’ inventore del microscopio e della lanterna magica. Scandita di capitolo in capitolo, la biografia di Kircher fa da contraltare alle avventure del protagonista e degli altri personaggi del romanzo, i cui destini si dipanano sullo sfondo del Brasile contemporaneo, con le sue miserie, le sue bellezze, le sue follie e le sue violenze. Decifrando la vita del gesuita del Seicento, Eléazard in fondo combatte la propria battaglia per la conoscenza, quasi fosse alla ricerca di una personale pietra filosofale capace di dare un senso alla sua vita. Come provano a fare anche tutti gli altri personaggi del romanzo, continuamente all’ inseguimento di un altrove geografico ed esistenziale in grado di calmare le loro inquietudini. Ad esempio, Moéma, la figlia del protagonista, irrequieta studentessa tossicomane, ma anche l’ ex-moglie Elaine, paleontologa a caccia di un tesoro fossile nella foresta del Mato Grosso. Senza dimenticare il giovane Nelson, che dalla miseria di una favela insegue una sua irrinunciabile vendetta. I loro percorsi dovranno affrontare prove e ostacoli imprevisti, l’ arroganza del potere, la cupidigia degli uomini e i rischi della ricerca delle origini. E alla fine, nonostante qualche lungaggine di troppo, le loro vorticose avventure riusciranno a conquistare anche il più reticente dei lettori.

di Fabio Gambaro

Fonte: La Repubblica, 10 Ottobre 2009 – Almanacco dei Libri

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