Bangkok

Poco meno di due anni fa,

Lawrence Osborne pubblicava Il turista nudo, un lungo racconto dai toni a metà tra l’entusiasta e lo scanzonato, in cui narrava del suo viaggio iniziato da: “Dubai, quindi Calcutta, Bangkok, Bali e solo alla fine Papua”. In questo modo faceva notare: “avrei attraversato i vari stati dell’Orientalismo, tutti turisticizzati e pensati per accogliere viaggiatori come me, transfughi tormentati da un emisfero ricco, al punto che ormai sa fare una cosa sola, muoversi”.
Nel libro l’autore attribuisce il prolungamento del suo soggiorno a Bangkok ad una sua necessità fisica: doveva occuparsi di un problema ortodontico (le sue carie) che non poteva essere trascurato prima di recarsi nella giungla della Nuova Guinea.
Insostenibile finanziariamente per le sue tasche a New York, dove vive (anche se Osborne è inglese) la cura dei denti, come altri generi di prestazioni mediche, nella capitale tailandese è decisamente a buon mercato.
Osborne subisce così l’insidiosa fascinazione della città, che appare ai suoi occhi come un posto totalmente anarchico dal quale è difficile staccarsi.
E Bangkok “è nato proprio lì”, in quelle stanze di hotel, tutte uguali, prese in affitto da occidentali disillusi, sciupati dalla vita e dai gesti fin troppo riconoscibili.
Questi personaggi sono i sui coinquilini al Primrose Apartment. Essi hanno nomi ordinari, Farlo, uno scozzese che “in una vita precedente era stato parà nell’esercito inglese e aveva combattuto in Angola e in Rodesia”; Mc Ginnis, inglese con, forse, una laurea in ingegneria, impiegato nel settore dei condizionatori; Brian, australiano, ex direttore di banca, che dopo la morte della moglie si era trasferito a Bangkok poiché offre una possibilità di sentirsi ancora vivi.

Tutti questi farang, una parola thai con la quale vengono definiti gli occidentali, che come fa notare Osborne “è una corruzione di français” (e i francesi sono stati infatti i primi occidentali con cui i tailandesi hanno avuto a che fare) portano con sé la loro caratura occidentale e si muovono con disinvoltura nella città, senza falsi moralismi. Affaccendati o sfaccendati trovano il modo di dare un senso o almeno riempire la propria vita.

In tutto il libro e con un notevole disincanto Osborne privilegia una visione orizzontale, molto oggettiva delle situazioni e trasforma i luoghi fisici – come il quartiere Wang Lang o il ristorante No Mani, in cui “lo spartito del locale, vieta espressamente l’uso delle mani” e i clienti vengono nutriti da una ragazza; i bar lungo i canali o quelli degli hotel; gli ospedali privati, che offrono prestazioni mediche qualificate a prezzi ragionevoli e ogni anno attirano una clientela internazionale – nei protagonisti della storia.
Ma il meglio di sé lo esprime nei momenti in cui riflette sulla storia e sull’incontro di Bangkok con la modernità e sulla conseguente trasformazione del suo antico volto di città orientale.
E soprattutto quando casualmente inciampa nella informal city, e con moderato distacco descrive l’enorme slum situato vicino al porto, separato dalla città da un muro, dal quale aveva blandamente percepito l’esistenza “sfogliando la cronaca nera sul Bangkok Post e dove non c’è niente da vedere o ristoranti da frequentare o stranezze con le quali perdere tempo”.
Qui le baracche o case sugli alberi sono le abitazioni dei molti tailandesi e vietnamiti impiegati al roong muu, il mattatoio cittadino, eternamente imbottiti di droghe per riuscire ad affrontare un lavoro così cruento. Qualche capitolo prima Osborne diceva che “a Bangkok ciascuno è libero di andare a pezzi come crede”. Ma a tanti questa chance non è nemmeno concessa.

di Riccarda Mandrini

Bangkok
Di Lawrence Osborne
Ed. Adelphi, pag.260, prezzo 20 euro
Traduzione di Matteo Codignola

Fonte: Il Sole 24 Ore, 9 Ottobre 2009

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