VI PERDONO di Angela Del Fabbro

La scrittrice misteriosa che aiuta la gente a morire

Abbiamo nome – mammane – per le donne che aiutano clandestinamente ad abortire. Non ne abbiamo uno, se non sbaglio, per le donne o gli uomini che aiutano clandestinamente a morire. Esiste un simile mestiere? E’ probabile di sì, è la proibizione stessa a suscitarlo. Esce, in forma autobiografica, un romanzo intitolato “Vi perdono” (Einaudi, pagg. 200, euro 16) e firmato con uno pseudonimo, Angela Del Fabbro: la protagonista è una giovane donna che aiuta, a pagamento, a morire. Non dunque una dei professionisti sanitari che accompagnano di fatto la morte di pazienti senza speranza nelle rianimazioni o nelle corsie d’ospedale. Questa è una lavoratrice privata, e illegale. Medici convinti che si debba assistere chi, condannato dalla malattia, voglia affrontare nella propria casa la morte nel modo più dignitoso e meno doloroso, si rivolgono a lei.

Anche in lei la motivazione iniziale non è solo d’interesse: ha imparato, dall’esperienza dell’agonia devastante di sua madre, che le persone meritano di sapere come morire, e di non essere spogliate della propria volontà e della più elementare decenza in quel passaggio ultimo della vita. Sua madre “è morta quando aveva quarantadue anni e la metastasi al fegato aveva aumentato il liquido addominale fino a soffocarla… In quei giorni la sentii più volte chiedere di essere aiutata, ma mio padre cambiava discorso… Mia madre passò gli ultimi giorni della sua vita in preda a una crisi emorroidaria e singhiozzando in continuazione a causa dell’ascite. Era in “fase terminale”, come dicono i medici, ma non le fu concesso di accelerare. Non aveva dolori lancinanti, le emorroidi non si curano con la morfina, nemmeno il singhiozzo. Così si lasciò toccare e manipolare dove non avrebbe mai voluto, rimase ad aspettare come una grossa rana agonizzante che la morte si stancasse di giocare”.

Ha scelto per soprannome “Miele”, coi suoi clienti. “Togliersi la vita non è un crimine – spiega Miele a un suo “paziente” – ma lo è assistere chi lo fa. E’ l’unico caso in cui la giustizia considera illegale assistere una persona che non fa nulla di illegale”. Non è, neanche nelle sue intenzioni, una benefattrice (come la Vera Drake che aiuta gratis ad abortire nel bel film di Mike Leigh) né una mercenaria. Cerca di tenere la propria vita personale al riparo dalle sue prestazioni, e di esercitare la sua assistenza in un riserbo rispettoso della sofferenza altrui. Cerca, ma non ci riesce se non a un costo via via più alto. Rischia nei viaggi in Messico per procurarsi i farmaci appropriati. (Sono farmaci veterinari: “Bisogna entrare lì, nella farmacia degli animali, per aiutare un essere umano a farla finita. Mi fa sempre un certo effetto quando ci penso”). Esce stremata dalle case in cui ha compiuto la sua opera – preparato la dichiarazione firmata del morituro, il bicchiere col farmaco, il bicchiere col liquore prediletto dal morituro, e la registrazione della canzone o del concerto che il morituro ha scelto di ascoltare; e intascato la busta coi soldi – 5.000 euro. Conduce un’esistenza clandestina di fronte ai suoi stessi famigliari, il padre, il nonno, e agli uomini coi quali ha storie mediocri e senza futuro.

Va avanti così, in bilico fra un’efficienza ben simulata e il naufragio, fino a che non viene indirizzata a un “paziente” nuovo, Augusto Grimaldi, l’aria di un professore sulla settantina, un ingegnere in pensione che vive solo con la casa piena di libri e di fumo e una passione per la cultura classica. Grimaldi è impaziente di ricevere l’aiuto di Miele; aspettare una, al massimo due settimane – il tempo del viaggio di lei in Messico – gli sembra troppo pesante. Lei gli spiega che non se ne può fare a meno. Che in Europa, nei paesi in cui è ammessa l’eutanasia, le restrizioni sono in realtà molto più severe, che bisogna essere residenti, o seguiti da almeno tre anni da un medico locale, che in Svizzera bisogna iscriversi a un’associazione, pagare una quota annuale, sottoporsi ad accertamenti, magari certificare la propria condizione a un notaio: tutto molto lungo. Gli dice che, se lui volesse farle rimuovere le prove, dovrebbe pagare altri cinquemila euro, ma che non occorre, perché “non si arriva quasi mai all’autopsia. In caso di grave malattia il medico certifica sempre cause naturali”. “”Quale grave malattia?” – dice lui. “Perché, lei non è…?”. “No – dice lui ridendo – io non sono malato. Ho una salute di ferro”.

Augusto Grimaldi vuole, semplicemente, morire. Non vuole più appartenere a questo mondo. Non è più il suo mondo. Miele esce da quella casa furiosa contro il medico che ce l’ha indirizzata. Lei non è una che ammazza la gente, non è un sicario, urla, e non ammazza i depressi. Ma Grimaldi non è depresso, obietta lui, il punto è un altro. Il punto è che “non bisogna essere terminali per avere diritto di scegliere”. La storia del libro ricomincia da qui, e non la racconterò oltre, perché dopotutto si tratta di una trama drammatica che il lettore merita di seguire passo per passo, e perché la questione che si è posta è di quelle aperte, anche fuori dal libro, a ogni scioglimento. E non è affatto detto che debba avere una soluzione: ne avrà altrettante quante sono le vicende personali. Si sarà costretti ad ammettere che perfino questa domanda – sulla volontà non condizionata da una malattia o da una disgrazia che ha già segnato irreparabilmente il destino di una vita – è difficile da eludere. E che l’altra, quella sulla “buona morte” – che è il nome eufemistico dell’eutanasia ma anche delle accompagnatrici confraternite cristiane – su una morte meno dolorosa e vergognosa e “mortificante”, è prima o poi imposta a tutti.

Contro la rimozione o l’ipocrisia che la circondano, ci si è proposti e illusi di portarla alla luce della discussione pubblica e della legge. E benché la legge si fermasse ben al di qua della soglia dell’eutanasia, la circostanza della composizione e della qualità di una maggioranza parlamentare ha rovesciato quell’intenzione nel suo contrario, una legge spinta fino all’alimentazione forzata delle persone nolenti. Questa circostanza ha indotto i ragionevoli a una ritirata verso la situazione precedente, perché l’astensione della legge è migliore della pessima fra le leggi. Non è detto che questo compromesso sia dovuto solo al contingente rapporto di forze politiche. C’è una soglia molto sottile e delicata fra lo splendore della regolazione legale e l’ombra protettiva dei rapporti privati. La figura del tutore legale esiste di fatto nella vita di ciascuno, o quasi: e il più privato dei sentimenti, l’intimità dell’amore, si accosta, fino a esserne spesso il compimento, all’intimità della fiducia nell’aiuto dell’altro, nel rispetto dell’altro per la propria volontà. E’ un dilemma arduo da sciogliere. Il libro che abbiamo introdotto – e altre opere, come il toccante film di Alejandro Amenábar, Mare dentro – vuole che ci si pensi, che si stia male, e che se ne parli.

di Adriano Sofri – Fonte: Repubblica, 6 Ottobre 2009

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