MI MANCA IL ROSSO di Marco Cassandro

Mi manca il rosso è un libro curioso, nel panorama contemporaneo: una sorta di rieducazione sentimentale che nulla concede al buonismo ed è anzi determinata da un’immersione profonda nel dolore. Viene quasi da definirlo un Bildungsroman sui generis — molto sui generis.
Il protagonista , Pietro Sollievo, cinquantasei anni, è fondamentalmente un personaggio privativo: ex scrittore amato dalla critica, ex marito felice, ex impiegato di assicurazioni, ex uomo giovane e di successo. Di fronte a queste privazioni il cinquantaseienne Pietro reagisce con inedia. Prostrato nella certezza che le cose miglioreranno, vive al contrario un inaridimento continuo. A spezzare questo ciclo è l’abbandono da parte della moglie, e l’allontanamento conseguente dalla figlia, l’unica cosa ancora in grado di dargli gioia — il “rosso” del titolo, un colore più legato alla sensibilità che alla passione.
Con questo la vita di Pietro entra in una dimensione che di primo acchito sembra terminale: si rifugia in un hotel davanti a casa (per continuare a spiare moglie e figlia), fa conoscenza con un agente commerciale bugiardo e guascone (Alberto, forse il personaggio più riuscito del libro) e trascorre le giornate fra cappuccini al bar e tentativi di scrivere un nuovo romanzo.

Ma, per quanto patetica, questa condizione è una specie di purgatorio necessario. Attraversando per la prima volta la perdita, Pietro viene lentamente restituito alla vita. Le cose che prima apparivano in qualche modo scontate ora devono essere recuperate con la lotta, e la solitudine è una forma di percezione che in qualche modo odora di sfida. Si tratta di un processo lento, come dolcemente lente — quasi francesi — sono le pagine centrali del romanzo, fino all’arrivo del secondo shock: Nina, una ventenne di cui Pietro in qualche modo si innamora, sospeso fra sentimento paterno e attrazione sessuale.
Con Nina Pietro conosce il tentativo di una rinascita, che viene però presto frustrato: la ragazza infatti è malata di leucemia, e l’ultima parte del libro è uno struggente tentativo di rimettere insieme i pezzi di ciò che ormai è perduto per sempre.

Pietro noleggia una casa dove va a vivere con lei, la accudisce e la accompagna nel viaggio verso la morte, simulando una specie di matrimonio. Mangiano, vivono, leggono insieme Proust mentre la malattia fa il suo dovere erodendo il quadro dall’esterno.
Tutto questo potrebbe sfociare nel patetismo, ma viene salvato dalla compostezza formale ed etica dell’autore. La sua lingua asciutta rivela un mondo aspro, desolato, dove però ancora brillano occasioni di speranza: negli istanti, nelle cose, negli sguardi. Alla vigilia della morte di Nina, Pietro giunge così a una sorta di metamorfosi, una condizione a metà fra la “gioia di essermi partorito e la paura dell’ignoto”. Solo chi è veramente giunto al fondo, come insegnavano i mistici medievali, può ritrovare la via.

A questo punto per alcuni c’è la redenzione, per altri la fine. Nel mondo di Cassardo l’orizzonte rimane aperto: ogni porta spalancata ma nessuna prospettiva di attraversarla. Il destino di Pietro si interrompe come l’ultimo dialogo — in modo arbitrario. In modo forse non paradossale, Cassardo abbandona così il suo protagonista a se stesso.

di Giorgio Fontana – Fonte:Il Sole 24 Ore, 2 Ottobre 2009

“Mi manca il rosso” di Marco Cassardo
Cairo Editore, 235 pagine, 15 euro

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